domenica 2 marzo 2014

LA STIRPE DI HORUS


DALLA CRONOLOGIA DI MANETONE AL RAPIDO SVILUPPO DELLA CIVILTA' EGIZIA: TUTTO CONCORRE A TESTIMONIARE L'EREDITARIETA' DI CONOSCENZE APPARTENENTI AD UN'EPOCA MOLTO PIU' REMOTA LE CUI TESTIMONIANZE SI SONO PERDUTE FRA LE NEBBIE DEL TEMPO, DELLA QUALE I SEGUACI DI HORUS, FUTURI FONDATORI DELLE DINASTIE FARAONICHE, ERANO I SOPRAVVISSUTI.


 Foto: Le anime di Pè e Nekhen: lato interno del muro di cinta del tempio di Horo a Edfu, costruito durante l'Antico Regno (2700 a.C. ed il 2192 a.C.). Nekhen fu uno dei primissimi centri del culto del falco Horus e si trovava nell'Alto Egitto, circa 80 Km a sud di Luxor (Tebe), sulla sponda ovest del Nilo. Era un'insediamento predinastico importantissimo e in età dinastica diventò capitale del III Nomo, posizione che detenne fino al Nuovo Regno.
Le figure con testa di sciacallo, note come "Le Anime di Nekhen" rappresentano i primi sovrani predinastici della città. Le "Anime di Pè" sono rappresentate come tre figure antropomorfe con testa di falco e corrispondono ai primi sovrani predinastici del Basso Egitto della città di Pè, o Uadjet (in greco Buto). La memoria mitica di questi re o chiunque essi fossero e rappresentassero, si perde nelle nebbie del tempo. Essi accompagnano la figura di un faraone in trono
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L'EGITTO PREISTORICO E PREDINASTICO

Non ci sono prove inconfutabili che attestino il legame fra la popolazione che visse nella valle del Nilo in epoca preistorica e neolitica e la successiva fase dinastica in epoca storica, inoltre nuove scoperte, come quella delle corrosioni alluvionali sulla Sfinge di Giza, rilevate dal team di geologi dell'Università di Boston, retrodaterebbero i monumenti della piana di Giza a parecchie migliaia di anni prima della datazione ufficiale. Le principali culture neolitiche che sorsero nel periodo precedente l'epoca predinastica tra il 4400 e il 3900 a.C. furono: la cultura nilotica Badariana, la cultura di Nabta Playa, la cultura Tasiana, la cultura Faiyum e la cultura Merimde. In epoca paleolitica (circa 13.000 anni fa) il Nilo occupava un territorio molto maggiore e si diramava in luoghi che nei millenni successivi divennero progressivamente deserti. Ci sono prove che dimostrano il consumo di orzo a est della valle del Nilo fin dall'VIII millennio a.C. Nonostante ciò non sia provato, l'opinione comune considera la popolazione neolitica della valle del Nilo (intorno al VI millennio a.C.) come la stessa che diede gli albori della civiltà egizia 5000 anni or sono, ed era una popolazione di agricoltori e pastori, il cui gruppo etnico era indefinibile, avendo essi caratteristiche che fanno pensare ad un'ibridazione di molte razze esistenti all'epoca in quella regione, piuttosto che un ceppo puro. L'epoca neolitica egiziana, come ogni altra di questo periodo, era carattersizzata da un'organizzazione sociale collettivistica, le abitazioni erano collettive, si allevavano animali, si era già addomesticato il cane, si tenevano greggi, si coltivava grano e orzo ed il tutto era integrato alla caccia che ancora assumeva un ruolo molto importante nell'apporto nutritivo della popolazione; si lavorava l'argilla, si tessevano stoffe, si intrecciavano panieri di paglia. Sono stati ritrovati aghi d'osso, arpioni e bracciali. I morti erano sepolti nei pressi del villaggio in fosse ovali, in posizione fetale e girati sul fianco. Ben tre diverse culture neolitiche sono state identificate in Egitto, divise fra Alto, Medio e Basso Egitto; c'era un netta distinzione fra la cultura del nord e quella del sud dell'Egitto già in epoca neolitica e questo potrebbe spiegare il mantenimento di questa divisione in epoca storica, anche se non vi sono testimonianze che attestino un'occupazione neolitica del delta del Nilo, sede di quello che avrebbe dovuto essere il Regno di Horus. Il periodo eneolitico (V millennio a.C.) conobbe l'introduzione delle vesti di lino, del cuoio,  dell'uso dello smalto verde e blu per decorare vasi e figurine, tinta che, come sappiamo, fu molto in voga durante tutta l'epoca storica. Le capanne da ovali divennero rettangolari, così come le tombe, in cui il defunto veniva posto assieme ad un corredo costituito da vasi e figurine femminili nude. sono anche stati ritrovati resti di animali sepolti come umani, coperti di stuie e stoffe pregevoli: sciacalli, gazzelle, tori, ecc...Si trattava forse degli albori del successivo culto degli animali sacri conosciuto in epoca storica. Durante il periodo predinastico, nell'Alto Egitto vi erano tre regni governati da dinastie ereditarie: Tjeni, Nubt e Neken. I Testi delle Piramidi (che si trovano all'interno non delle piramidi più antiche e monumentali della piana di Giza, ma in quelle ben più modeste dei faraoni della V e VI dinastia), raccontano di come i Seguaci di Horus, regnanti nell'Alto Egitto a sud, unificarono l'Egitto combattendo contro i seguaci di Seth, presenti al nord, con l'intento di mantenere il legame culturale e spirituale con i re della cosiddetta Dinastia 0, che fu anch'essa preceduta da altri regni della Dinastia 00, che affondano le radici in epoca neolitica ed il cui ricordo ormai flebile in epoca storica, si trasformò in mito, come sempre avviene riguardo agli avvenimenti e ai regni remoti.

Ciotola con piedi umani, Egitto predinastico, dopo Naqada l-Naqada II; ca. 3750-3550 a.C.
Ceramica; H. 9,8 centimetri (3 7/8 pollici); diam 13,5 centimetri (5 5/16 pollici).
 SHEMSU HOR: I SEGUACI DI HORUS. LA COMUNE EREDITA' CULTURALE DI EGIZI E SUMERI. GLI STUDI DI SIR WALLIS BUDGE

I culti religiosi egizi e sumeri, talmente simili da far pensare ad un'unica origine, devono essere il retaggio di tradizioni e culture ancestrali, anche considerando il profondo patrimonio sapienziale che essi rappresentano sotto forma di miti e leggende. Pensiamo al parallelismo fra gli dèi sumeri ed egizi, per esempio la mesopotamica Inanna corrisponde all'egizia Iside, il dio egizio Thot ha il suo corrispondente nel sumerico Sin. L'egittologo inglese Sir Wallis Budge (1857-1934), che lavorò per il British Museum e scrisse molte opere sul Vicino Oriente antico, fece quest'affermazione: “La somiglianza tra i due Dei è troppo forte per essere accidentale…sarebbe sbagliato ritenere che gli egizi lo mutuarono dai sumeri o i sumeri dagli egizi, ma si potrebbe avanzare l’ipotesi che le classi colte di entrambi i popoli acquisirono i sistemi teologici da una fonte comune ma estremamente antica”. Quando si sono formate le caste sacerdotali dell'epoca dinastica in Egitto? Sono state il frutto di una veloce ascesa al potere o costituivano il retaggio di un'antichissima etnia, fondatrice di una civiltà superiore di cui dobbiamo ancora ricomporre le testimonianze archeologiche, che pur non mancano? I Testi delle Piramidi, scritti sulle pareti di mastabe della V e VI dinastia, riportano il mito dei Seguaci di Horus, o Shemsu Hor, e li descrivono come appartenenti ad un'antica stirpe regale che unì il Basso e l'Alto Egitto combattendo contro i Seguaci di Seth. I Seguaci di Horus (o Spiriti dei Morti) occupavano il sud (Alto Egitto) e i Seguaci di Seth il nord (Basso Egitto). Questa elite dominante, secondo la teoria accademica, non è mai esistita e da relegare al campo mitologico. Per quale motivo si insiste a chiudere gli occhi di fronte a tanti indizi? Le implicazioni, se fosse assodata l'esistenza di una razza dominante dalle conoscenze superiori o, semplicemente, dal retaggio più antico e culturalmente evoluto, sarebbero evidenti: ogni popolo del pianeta vorrebbe attribuirsene il legame genetico e ci sarebbe un nuovo pretesto per teorie devianti e nuove persecuzioni. Questa forse è la ragione per cui le evidenze archeologiche non vengono ammesse e solo i ricercatori alternativi si possono permettere di metterle in evidenza. Un fatto è pur certo: tutte le credenze e i miti più antichi del mondo hanno tratti in comune e devono quindi avere un'origine comune, anche se molto distanti fra loro. Pensiamo a come sarebbero cancellate le tracce della nostra civiltà, seppur imponenti e tecnologiche, di cemento e acciaio, se un cataclisma dovesse stravolgere il clima e il livello dei mari; e se sappiamo che le nostre metropoli, se abbandonate, sarebbero in poche centinaia di anni sovrastate dalla natura e sepolte, come non possiamo immaginare una civiltà antidiluviana spazzata via dall'improvviso innalzamento del livello del mare, i cui pochi sopravvissuti avrebbero influito sulle popolazioni che raggiunsero fondando i culti egizi e sumeri e cristallizzando la propria stirpe in una casta sacerdotale di iniziati che fungeva da punto di riferimento per i popoli, ma che non si univa a loro, mantenedo fino in epoca storica i tratti caratteristici di questo gruppo etnico? Dalla Bibbia al Poema di Gilgamesh agli antichi testi indiani Puranici del mito di Manu, al Deucalione della mitologia greca, alla mitologia scandinava di Ymir, al mito hawaiano di Nu, al mito di Sotuknang degli Hopi, al mito azteco descritto nel Codice Borgia, all'interessantissimo mito inca di Viracocha, ma se ne potrebbero elencare molti altri, sono tutti caratterizzati da un elemento comune: la costruzione di un arca e la sopravvivenza di pochi individui. Che ruolo avrebbero altrimenti i miti se non quello di contenere, in forma simbolica, la consapevolezza più profonda delle tappe evolutive dell'umanità, fungendo da guida per il futuro?  Il fatto che la storia umana sia caduta più volte nel caos a causa di cataclismi ed eventi traumatici, come quelli che seguirono allo scioglimento dei ghiacci dopo l'ultima epoca glaciale, 10.000 anni a.C., con il successivo fiorire di civiltà che sembrano legate fra loro da un substrato culturale comune pur essendo lontanissime, indica che, forse, i sopravvissuti di questa antica razza si organizzarono in qualche modo, in caste, fornendo le basi per lo sviluppo delle civiltà a noi conosciute. In Egitto, questi furono i sacerdoti di Horus: personaggi considerati semi-divini, dalla natura luminosa (akh) fondatori del culto di Horus, di cui il faraone era il sovrano e che avevano anche il compito di purificare il re defunto per il suo viaggio  ultraterreno.


Foto: grafico della tavola di Narmer (unificatore dell'Egitto) in siltite di colore grigio verde scuro, alta 64 cm. e larga 42. Risalente al 3100 a.C., la tavola è stata probabilmente creata come oggetto votivo dedicato all'eroico faraone Menes, o Narmer, qui rappresentato mentre sconfigge i nemici cingendo la corona bianca a bulbo dell'Alto Egitto (Sud) su un lato e quella rossa con sommità piatta del Basso Egitto (settentrionale), sull'altro lato. E' impossibile non notare le convergenze stilistiche con l'arte sumera nella figura anatomica e per quel che riguarda i simbolici due leoni con il collo di serpente che formano un anello, presenti anche nei contemporanei sigilli mesopotamici. La figura più grande rappresenta il faraone in atto di uccidere un prigioniero con una testa di mazza, probabilmente di pietra, con l'avvallo del dio Horus in forma di falco. Sull'altro lato il faraone, la cui figura è maggiore rispetto alla altre, sfila in processione celebrando la vittoria, di fronte ad uno stuolo di nemici decapitati con le teste poste fra le gambe.

LA CRONOLOGIA DI MANETONE. KURT HEINRICH SETHE. IL PAPIRO DI TORINO. OSIRIDE DI PLUTARCO

Manetone, sacerdote egizio del periodo tolemaico (IV secolo a.C.), fa iniziare la storia delle dinastie egizie al 30.544 a.C. con la dinastia degli Dèi, che durò 13.900 anni e che vide Osiride come quinto sovrano. La successiva dinastia dei Semidei durò 1.255 anni; dopo di questi iniziarono i primi regni umani, guidati da una stirpe che regna per 1.817 anni, poi altri trenta re regnanorono per altri 1790 anni; poi altri dieci re governarono a Tebe per 350 anni ed, infine, l'ultimo periodo predinastico è considerato quello in cui governarono quelli che furono "gli spiriti dei Seguaci di Horus", o i "discendenti dei Seguaci di Horus", come li definisce il Papiro di Torino. In seguito ci fu il regno dei sovrani umani. Del periodo predinastico è documentato il Re Scorpione (di cui è stata trovata una mazza decorata con motivi che narrano le sue imprese) e di Narmer, di cui è nota una tavoletta in ardesia che riporta la scena del sovrano in atto di cingere la corona dell'Alto e del Basso Egitto. Purtroppo l'opera originale di Manetone, che doveva essere ponderosa, ci è nota soltanto attraverso il compendio di altri autori posteriori: Giuseppe Flavio, Sesto Africano, Eusebio di Cesarea. Secondo Manetone nell'ultimo periodo dei "Sovrani Umani" si susseguirono trenta dinastie che governarono l'Egitto per 5000 anni. Eusebio di Cesarea così riporta la cronologia completa, incluse le dinastie divine, di Manetone per la storia egizia:
1) Regno degli Dei
2) Regno dei Semidei
3) Regno degli Spiriti venerabili
4) Regno dei Sovrani umani
Con il nome di Shemsu Hor erano identificati gli spiriti venerabili dei successori del culto di Horo e, come possiamo vedere nella cronologia qui sopra, furono considerati elemento di transizione dai primi due regni a quello dei sovrani umani. Kurt Heinrich Sethe, egittologo tedesco (1869-1934), che studiò a fondo la filologia egizia e i testi delle piramidi, pubblicando fra i suoi saggi " Preistoria e protoreligione degli egizi", identificò negli Shemsu Hor gli antichi sacerdoti preistorici depositari della conoscenza del culto ancestrale di Aton, i quali lasciarono nella memoria popolare un'immagine di esseri mitici e semi-divini. Un esempio di cronistoria reale che si dirama fino alle origini oscure e mitiche dei primi sovrani semi-divini è il Papiro di Torino, conservato al Museo Egizio di Torino, risalente al regno di Ramesse II (circa 1297-1212 a.C.), redatto in ieratico (scrittura sacerdotale) sul retro di un papiro già usato come registro per le tasse, ed elenca i nomi di remoti sovrani ancora venerati nei templi al tempo della sua stesura. Il papiro estende la sua cronologia oltre la I dinastia di Menes, fino ai mitici Seguaci di Horus; molti Dèi dell'Antico Egitto è probabile che fossero sovrani realmente esistiti e successivamente divinizzati; questa è la lista del Papiro di Torino riguardo il periodo predinastico: Ptah, Ra, Shu, Geb, Osiride, Seth (sovrano al quale vengono attribuiti 200 anni di regno), Horus (300 anni di regno), Thoth (3.126 anni di regno), Maat (regina dell´Alto e del Basso Egitto, sposa del dio Thot). La lunghezza degli anni di regno è probabile sia dovuta a un diverso modo di concepire il tempo a quell'epoca. Ma il quinto sovrano della dinastia degli dèi, Osiride, può essere realmente esistito? Lo storico greco Plutarco, che probabilmente fece riferimento a fonti più antiche, ce ne tramanda il mito presentandolo come un dio civilizzatore, che insegnò agli uomini l'agricoltura, l'estrazione dei metalli, la costruzione di armi per difendersi dalle belve, la convivenza, la fondazione di città, ecc...che venne poi ucciso dal fratello invidioso delle sue capacità: questo fatto è posto dalla cronologia di Manetone a 13.500 anni prima del primo faraone Menes e, dato per assodata l'abitudine di tutti i popoli antichi di divinizzare personaggi di valore, possiamo ben pensare che il mito si basi su fatti realmente avvenuti.


Foto: lista reale di Abydos, stilata sotto il regno di Sethi I, XIX dinastia, all'interno del tempio di Abydos (1270 circa a.C.).
Foto: La piccola statuetta d'avorio è un re non identificato nei suoi ultimi anni. E 'stato trovato nel cimitero reale di Abydos nel 1901 dal egittologo inglese Flinders Petrie. Anche se misura 12 cm di altezza si vede chiaramente un vecchio uomo sorridente con la schiena curva. Egli indossa una fantasiosa veste a scacchi per la sua festa di Hebsed, un giubileo normalmente tenuto dopo circa 30 anni di regno, e successivamente ogni tre anni almeno nel periodo successivo. Si ritiene che questa statuina rappresenti il re di quella che viene considerata la Prima Dinastia, possibilmente Re Ka. 3.100 a.C.

PROTOCITTA' DI ABYDOS, NAQADA O NEKHEN, THINIS. LA DINASTIA 0. LA DINASTIA 00. LA PIETRA DI PALERMO. I SOVRANI SEGUACI DI HORUS: NY-HOR, HAT-HOR, PE-HOR, HEDJ-HOR, HIRJ-HOR, KA, IL RE SCORPIONE, NARMER.

Le più antiche tombe dei sovrani predinastici "Seguaci di Horus", appartenenti alla dinastia 0, sono state rinvenute nel sito di Abydos, in Alto Egitto, dove si trovano i geroglifici indicanti una lista reale che comprende 76 nomi di sovrani e incisa su una parete del tempio di Seti I. La città di Naqada (chiamata anche Nubt, o città dell'oro) fra l'Alto e il Basso Egitto, nei pressi di Tebe, fu la città dalla quale si propagarono i primi impulsi per l'improvvisa nascita della civiltà egizia, a partire dal 4.000 a.C. circa; si suddivide in tre fondamentali periodi:

Naqada I - Cultura Amratiana (4.000 a.C.- 3650 a.C.)
Naqada II - Cultura Gerzeana (3650 a.C.- 3300 a.C.)
Naqada III - Cultura Semainiana (3300 a.C.- 3060 a.C.)

Il periodo di Naqada I si distingue per una maggiore differenziazione dei ruoli sociali e complessità nell'organizzazione di quest'ultimi, al principio della sedentarietà assieme alla straordinaria velocità con cui i villaggi neolitici, fino a quel momento disgiunti, furono nel primo periodo di Naqada uniti in una superiore organizzazione sociale. Questo diede inizio all'istituzione di potenti èlite regionali, documentate dai corredi raffinati trovati in alcune tombe del periodo amratiano. Per una lunghezza di circa tre chilometri, poco lontano dai campi coltivabili si trovano un certo numero di cimiteri e insediamenti, i morti erano sepolti in buche ovali e in posizione fetale, con corredi di vasi e statuine femminili; le case erano costruite in mattoni di fango; le ceramiche erano costituite da vasi dipinti con disegni stilizzati in ocra rossa su fondo chiaro, manufatti tipici della cultura badara nativa della regione. Nel periodo di Naqada II si sviluppò velocemente la capacità di lavorare la pietra dura e quella duttile; in questo periodo le tombe si arricchiscono e si ampliano fino a contenere più persone, viene costruito quello che sembra un palazzo reale in mattoni di fango e la fortificazione della città. Nel periodo di Naqada III emergono le prime forme di scrittura ed è un periodo noto per i suoi famosi vasi cilindrici; in questo periodo fanno la loro comparsa le prime forme di organizzazione in staterelli indipendenti governati ognuno dal proprio ceppo dinastico dominante in perenne guerra fra di loro: queste furono le dinastie 0, tramutate nel tempo in soggetti mitici, come il Re Scorpione, Iry-Hor, Ka e Narmer; di questi sovrani il vincitore fu Narmer, che per primo riuscì ad unire il Basso e l'Alto Egitto sotto l'egida di un unico regno e che fu considerato come il primo vero faraone dell'epoca Tinita, cioè quella in cui la sede reale si trovava a Thinis, in Alto Egitto, poco distante da Abydos. Ma chi erano gli appartenenti a queste prime èlite dominanti e a cosa fu dovuta la veloce nascita della civiltà egizia? Sulla pietra di Palermo (una lastra di basalto frammentaria, custodita al museo di Palermo, risalente alla V dinastia: 2500-2350 a.C.) sono elencati i nomi dei re delle prime dinastie. Nonostante sia mancante la parte superiore della Pietra, quella con le dinastie mitiche più antiche,  vengono riportati i nomi dei sovrani Ny-Hor, Hat-Hor, Pe-Hor, Hedj-Hor e di suo padre Iry-Hor (la cosiddetta “dinastia zero”, ultima fase del Predinastico); tutti questi sovrani, le cui gesta si persero nelle nebbie del tempo, vennero successivamente divinizzati, elevandoli a simboli e identificandoli con i fenomeni naturali; esempio fra tutti quello del sovrano Hat-Hor che verrà trasformato nella dea Hator. Ultimo sovrano della dinastia 0 documentato e forse ultimo re di Nekhen fu Horo Scorpione, o Re Scorpione, Seguace di Horus conosciuto soprattutto per la testa di mazza che lo rappresenta accanto al simbolo di uno scorpione. Questo è l'unico sovrano della dinastia 0 di cui si possono conoscere le gesta ed il suo tentativo di unire il Basso e l'Alto Egitto prima della riuscita dell'impresa da parte del suo successore Narmer. Alcuni studiosi ritengono che Re Scorpione e Narmer siano la stessa persona. Ka-Hor fu il padre del Re Scorpione, del quale sono state trovate iscrizioni perfino in Israele e, secondo la leggenda, Ka apparve in sonno al figlio Horo-Scorpione preannunciandogli l'unificazione dell'Egitto e la conquista di terre lontane: in seguito il re Ka-Hor venne identificato con il corpo astrale (Ka) di ogni defunto e divinizzato, come tutti i personaggi importanti di ogni dinastia.

 Testa della mazza in calcare celebrante le gesta di Re Scorpione, monarca della cosiddetta Dinastia 0 dell'Antico Egitto, conquistatore e primo monarca dell'Alto Egitto (3250 a.C.).  La mazza qui raffigurata proviene dal sito di Hieracompoli (la città del falco secondo il nome grecizzato) la prima città egizia da cui venne diffuso il culto di Horus, che poi divenne il dio dominante in epoca storica e dinastica. La scena predominante rappresenta il re in atto di celebrare la conquista dell'Alto Egitto: il contesto è pacifico e costruttivo; il re è rappresentato con un perizona da cui pende, sul retro, una coda d'animale, sul capo porta la corona bianca dell'Alto Egitto; davanti a lui compare una stella a 7 punte e uno scorpione. Il re viene rappresentato in proporzioni molto superiori rispetto a coloro che lo circondano, nello stile in comune con le raffigurazioni sumere. Infatti il re, come incarnazione di Horus, il dio-vivente, non poteva essere rappresentato al pari degli altri esseri umani. La zappa che il sovrano tiene in pugno è simbolo di fondazione, può far riferimento ai canali d'irrigazione (opere fondamentali) o alle fondamenta di edifici. Fu infatti durante il regno del Re Scorpione che venne insegnato alle popolazioni locali a sfruttare le piene del Nilo attraverso opere d'irrigazione e canalizzazione che permisero il rapido sviluppo della civiltà più evoluta del mondo antico. Anche riguardo alle sepolture avvennero dei cambiamenti importanti: alla deposizione del defunto in fosse ovali e ricoperto di pelli animali, si sostituirono prima sepolture in ceste di vimini e, successivamente, in veri e propri sarcofagi.

GUNTHER DREYER: LA SCOPERTA DELLE TARGHETTE D'AVORIO DI ABYDOS RETRODATANO L'INVENZIONE DELLA SCRITTURA

Nel 1998 l'egittologo tedesco Günther Dreyer fece una scoperta sensazionale che potrebbe davvero essere la prova dell'ereditarietà delle conoscenze egizie e di come le radici della civiltà egizia siano da porre in tempi remotissimi, di cui nemmeno gli egizi avevano più consapevolezza, se non facendosi strada fra gli enigmatici sentieri del mito, i quali potevano essere interpretati solo da pochi iniziati delle caste sacerdotali: il ritrovamento, presso la necropoli di Abydos, di etichette d'avorio riportanti geroglifici, grandi poco più di un francobollo, risalenti al 3400 a.C., secondo le analisi al radiocarbonio,  praticamente tre secoli più antiche della tavoletta in ardesia raffigurante Narmer, che dovrebbe (secondo la convenzione) essere il primo unificatore dell'Egitto. La cosa straordinaria è che i segni incisi sulle targhette non sono affatto un rudimentale primo tentativo di scrittura, ma corrispondono ad un già evoluto e complesso sistema fonetico, che retrodata ulteriormente la civiltà egizia e fa sorgere spontanea la convinzione che, al pari di quella sumera (con cui condivide la maggior parte dei miti e degli stili artistici), altro non sia che la propaggine di una civiltà avanzatissima spazzata probabilmente dall'innalzamento delle acque durante la deglaciazione, molte migliaia di anni prima. Le piccole targhette, inoltre, essendo delle "ricevute" con le quali si attestava il pagamento delle tasse al faraone, recano la testimonianza che quest'ultime venivano pagate ad un re dell'Alto e del Basso Egitto e che, quindi, l'Egitto era già unificato parecchi secoli prima di Narmer e Narmer, forse, non fece altro che riportare l'ordine dopo un periodo di caos e divisioni.

Foto: le targhette scoperte da Gunther Dreyer di cui si parla sopra.

TEORIA DELLA RAZZA DINASTICA DI FLINDERS PETRIE. TEORIA DI JACQUES DE MORGAN. PROVENIENZA MESOPOTAMICA DELLA STIRPE DINASTICA. IL DNA DEI FARAONI DELLA XVIII DINASTIA.

L'egittologo britannico Sir William Matthew Flinders Petrie (Charlton, 3 giugno 1853 – Gerusalemme, 28 luglio 1942), rilevò dai suoi studi sugli scheletri predinastici di Naqada (che, assieme ad Abydo e Hieracompoli fu uno dei primi insediamenti della Dinastia 0) la presenza di due gruppi etnici molto diversi, uno dei quali presentava struttura ossea e capacità cranica maggiore rispetto all'altro; questa evidente differenza fece ipotizzare a  Flinders Petrie che il gruppo etnico più dotato fosse il ceppo apportatore della successiva civilizzazione della Valle del Nilo.
 Anche se questa tesi oggi viene messa in discussione, non possiamo fare a meno di ritenerla la più valida e la più logica, considerando che delle popolazioni neolitiche, che avevano appena iniziato a forgiare i metalli più duttili, non avrebbero potuto, quasi dall'oggi al domani, erigere monumenti e complessi architettonici come quelli della prima epoca storica (vedi la piramide a gradoni di Saqqara di Zoser, nata dal genio di Imhotep)) e sarebbe folle pensare che non ci fosse stato, come afferma la versione di Petrie, un'intervento da parte di una popolazione straniera, la quale fondò le prime dinastie egizie sotto l'egida del culto di Horus,  culto alla base di ogni sapere e percorso iniziatico tramandato da generazione in generazione da migliaia di anni prima di rivelarsi come la confraternita dei Seguaci di Horus, che fondò il suo luogo di culto in epoca dinastica a Eliopoli (Onnu in antico egizio, On nel testo biblico) nel 2.900 a.C., sul delta del Nilo. L'importazione di una cultura più evoluta da parte di invasori, che dovevano provenire dalla Mesopotamia, è attestata da Petrie soprattutto per quel che riguarda i ritrovamenti, nelle tombe neolitiche e predinastiche, di manufatti in stile chiaramente mesopotamico e riproducente i simboli e le tipiche iconografie sumere arcaiche. Il comune ceppo mesopotamico della civiltà egizia e sumera, si può notare, fra gli altri esempi, dai bassorilievi della paletta litica di Narmer, con due leoni dal lungo collo formanti un anello e posti frontalmente l'uno all'altro, circondati da personaggi dall'evidente stile sumero; dai sigilli cilindrici e da numerose figure predinastiche su roccia raffiguranti imbarcazioni. In effetti, nel primo periodo dinastico, difficilmente si possono distinguere i manufatti sumeri da quelli egizi, così tanto simili fra loro da attestare un'inequivocabile origine comune. Il discorso si amplierebbe infinitamente se ci dovessimo inoltrare ulteriormente addietro nel tempo per ipotizzare l'origine del popolo o gruppo etnico che fondò le prime civiltà a noi conosciute, anche alla luce delle nuove scoperte archeologiche come quella di Gobekli Tepe, in Turchia, un tempio risalente a 13.000 anni fa alla fine di quella che viene considerata come era paleolitica. A Gobekli Tepe, nonostante 6000 anni separino questo tempio dalla comparsa della civiltà egizia, sono raffigurate iconografie che fanno pensare a quelle tipiche dei culti egizi e sumeri: il serpente, il leone, e poi quella inquietante stele con figure simili a geroglifici dove si nota un falco simile all'icona di Horus. Horus, infatti, in epoca preistorica, era un dio della caccia e perciò veniva rappresentato in forma di falco, solo successivamente il suo culto venne elevato a culto solare e lunare, per ipostasi, considerato essere il sole e la luna due delle manifestazioni divine gerarchicamente più alte; infatti la luna era considerata come l'occhio sinistro di Horus, ma di questo parleremo in seguito. Dunque, da ciò possiamo dedurre che anche i Seguaci di Horus non fossero scaturiti dal nulla, ma a loro volta, facessero parte di un'ulteriore più antico retaggio culturale di cui erano custodi, che affondava le sue radici nella preistoria, più precisamente, in quella che noi consideriamo era paleolitica. Secondo Flinders Petrie, infatti, la cultura nativa dei Badari sviluppata in Egitto dal 4000 al 5000 a.C. (basata sull'agricoltura e caratterizzata dai primi manufatti in rame e in maiolica), fu soppiantata da conquistatori migrati dall'area mesopotamica, portatori di conoscenza superiore, successivamente organizzati in caste dinastiche poste alla guida delle comunità, identificate come discendenti dei figli di Horus, e in seguito all'unificazione dell'Egitto divenute le prime dinastie faraoniche. L'egittologo inglese David Rohl, ex direttore dell'ISIS (Institute for the Study of Interdisciplinary Sciences), e l'archeologo Michael Rice ritengono ineccepibile la tesi di Flinders Petrie sulla razza dinastica e sull'origine mesopotamica delle prime dinastie; Rohl, nel suo libro "Genesis of civilization", così scrive:  "esistono poche prove che attestino l'esistenza di un re e dei suoi rituali molto prima dell'inizio della prima dinastia; nessun segno del graduale sviluppo della lavorazione del metallo, dell'arte, dell'architettura monumentale e della scrittura – criteri che definiscono l'inizio delle civiltà. Molto di quello che sappiamo dei faraoni e della loro complessa cultura sembra derivare da un lampo di ispirazione". Tra le altre cose, Rohl ritiene come prova indiscutibile dell'origine mesopotamica della civiltà egizia le facciate architettoniche a nicchie dei periodi predinastici, poichè è impossibile la comparsa contemporanea di un elemento così importante in due luoghi relativamente lontani senza una relazione fra loro. Oltre alle divinità, simili sia in Egitto che in Mesopotamia, ci sono i luoghi leggendari dai nomi simili: in Egitto il luogo della creazione era chiamato "Isola di Nun" ed era circondato dalle acque dell'oceano primordiale "Nun", la cui paredra femminile era Nunet; il nome sumero del luogo d'origine, Eridu, prima patria di Enki, si chiamava anche Nun Ki. Osiride corrisponde al dio sumero Asar e la pronuncia "Osiride" corrisponde alla grecizzazione del nome Asar. Gli dèi lunari corrispondono alle divinità più antiche presso ogni cultura, essendo il culto lunare il primo ed ancestrale culto dell'umanità, e sumeri ed egizi condividevano proprio le carattersistiche di questi due elementi, rispettivamente il dio sumero della luna Sin e il dio egizio della luna Thot, dalle caratteristiche talmente simili che l'egittologo Sir Wallis Budge affermò: “La somiglianza tra i due Dei è troppo forte per essere accidentale…sarebbe sbagliato ritenere che gli egizi lo mutuarono dai sumeri o i sumeri dagli egizi, ma si potrebbe avanzare l’ipotesi che le classi colte di entrambi i popoli acquisirono i sistemi teologici da una fonte comune ma estremamente antica”. La stirpe dinastica ipotizzata da Flinders Petrie e non solo da lui, dovette essere comunque indoeuropea viste le caratteristiche etniche delle mummie dei faraoni e dei dignitari delle dinastie classiche dell'Antico Egitto. Nel 1907 in Egitto venne innalzato il livello della diga di Assuan nel sud del Paese inondando ettari di terreno in cui si trovavano molte necropoli nubiane; lo studioso Sir Grafton Elliott Smith riuscì a prelevare alcune mummie e dopo averle esaminate riscontrò una grande differenza dalle caratteristiche antropomorfiche degli abitanti della Nubia o del resto dell'Egitto, perchè la forma del cranio era diversa, la statura non era di molto maggiore, ma il naso era molto più stretto, più lungo ed appuntito, si trattava di persone di etnia "caucasica" ed erano bianchi di pelle e biondi di capigliatura. Questo bastò ad Elliott Smith per concludere che quell'etnia nordica, probabilmente, come diceva Flinders Petrie, proveniente dalla Mesopotamia, doveva essere quella dei fondatori della civiltà egizia.


Foto: il faraone Khefren-Hor, dal 2575 al 2535, IV dinastia, rappresentato come incarnazione di Horus nella sua statua in diorite: altezza 1 metro e 68 cm., proveniente dal tempio a valle della piramide di Giza. Il dio Horus in forma di falco viene rappresentato sullo schienale del trono, dietro la testa del re, visibile solo di profilo e invisibile a chi guarda frontalmente la statua, per indicare l'essenza occulta della realtà, l'invisibile che regge il visibile. Il re è raffigurato nella sua essenza divina ed eternamente giovane, secondo il canone che, a partire da questa dinastia, seguirà l'arte egizia classica.

IL DNA DELLE MUMMIE EGIZIE

Le analisi del DNA sulle mummie della XVIII dinastia egizia (XVI, XV e XIV secolo a.C) presentano come risultato l'appartenenza di questi faraoni al gruppo sanguigno di tipo A, relativo alle caratteristiche etniche di pelle chiara, occhi azzurri e capelli biondi. Non è per caso che quasi tutti gli individui mummificati appartenenti alla classe dominante del periodo arcaico e classico dell'Antico Egitto appartengano a questo ceppo, contraddistinto ed isolato dalla popolazione nativa che invece apparteneva al gruppo 0, come la maggior parte degli egiziani odierni, anche se, com'è ovvio, quest'ultimi nulla hanno a che vedere con la civiltà egizia. Infatti non possono sfuggire le caratteristiche fisiognomiche ed i capelli biondi o rossicci delle mummie di regine, faraoni e altri individui sconosciuti appartenenti alle classi elevate dei periodi più floridi della civiltà egizia; basti pensare alla mummia di Ramses II, di Hashepsut, di Nefertari, di Yuya e di sua moglie, del bambino sconosciuto della tomba KV 35 con il tipico ciuffo dell'infanzia, per non parlare del bellissimo Tuthmosi IV, solo per elencarne alcune. L'egittologo inglese Brian Walter Emery così scrisse: "verso la fine del IV millennio a.C. il popolo noto come "Seguaci di Horus" ci appare come un'aristocrazia altamente dominante che governava l'intero Egitto. La teoria dell'esistenza di questa razza è confortata dalla scoperta, nelle tombe del periodo pre-dinastico, nella parte settentrionale dell'Alto Egitto, dei resti anatomici di individui con un cranio e una corporatura di dimensioni maggiori rispetto agli indigeni, con differenze talmente marcate da rendere impossibile ogni ipotesi di un comune ceppo razziale. La fusione delle due razze dev'essere avvenuta in tempi tali da essere più o meno compiuta al momento dell'Unificazione dei due regni d'Egitto". In particolare le caratteristiche fisiognomiche e la forma allungata del cranio di Akhenaton, corrispondono ai caratteri predinastici rilevati da Emery. Ma sembra che un filo rosso comune attraversi l'intero pianeta legando i destini di civiltà che non dovrebbero essersi mai conosciute; è un fatto, ad esempio, che si siano trovate tracce di piante di origine sudamericana, come la cocaina e il tabacco, fra i capelli di mummie egizie appartenenti alla XVIII dinastia. Mummie inca conservate al British Museum presentano le medesime caratteristiche: gruppo sanguigno di tipo A e aspetto nordico indoeuropeo. Perfino i patriarchi del popolo ebraico vengono descritti, nelle Sacre Scritture, come individui biondi dalla pelle bianca. Caratteristica della tribù israelitica discendente dal quinto figlio di Giacobbe, Dan, era proprio l'allungamento del cranio  che veniva praticato per i figli dei nobili, come presso molte civiltà e popoli antichi; infatti questa pratica si trova ovunque, dall'Africa, all'America, all'Asia, ed era attuata per far apparire l'illusione di una maggior capacità cranica. Il dio-creatore della tradizione inca si chiamava Viracocha e veniva descritto come un essere biondo, dalla pelle bianca e con una folta barba: caratteristica quest'ultima, estranea ai popoli amerindi la cui particolarità etnica esclude la crescita di peluria sul viso. Nel cimitero di Chaucilla, in Perù, sono state trovate mummie risalenti ad appena 1000 anni fa, ma con capelli rossi e caratteristiche caucasiche: che si tratti dei discendenti di questo antico popolo civilizzatore? Si potrebbero fare innumerevoli altri esempi che, però, distoglierebbero la nostra concentrazione sull'argomento dei Seguaci di Horus.

Foto: mummia di Thutmosi IV, XVIII dinastia, incoronazione: 1398 a.C.

LA TEORIA DI SIR ALFRED COMYN LYALL SULL'ELEVAZIONE A DIVINITA' DI ANTENATI EROICI IN TUTTE LE CULTURE ANTICHE.

Sir Alfred Comyn Lyall (1835–1911), storico letterario e poeta inglese, confutò le teorie sostenute dai filologi Alvin Boyd Kuhn e Max Müller, secondo cui gli stessi eroi tribali, al pari di quelli di Omero, erano degli antichi miti solari incarnati in leggende; cosa che ci pare di per sè assurda, ritenendo molto più valida la tesi di Alfred Lyall che, al contrario e più logicamente, considerava invece i miti solari come divinizzazioni di eroi o personaggi che si sono particolarmente distinti in epoche remote, lasciando di sè un ricordo nella coscienza collettiva che si è progressivamente evoluto, fino alla sua apoteosi che identifica il carro solare (comune in quasi tutte le culture antiche) con le qualità più pregevoli di personaggi di cui nei secoli e nei millenni si è annebbiato il ricordo storico. Alfred Lyall dimostra come molte divinità indiane del Rajastan non fossero altro che eroi realmente esistiti molti secoli prima della loro divinizzazione. Infatti non dovremmo mai pensare che miti e leggende antiche siano scaturiti dal nulla o dovuti al semplice bisogno di adorare i fenomeni naturali, questi sono percorsi semplicistici. La tesi di Alfred Lyall può essere applicata anche all'Egitto per quel che riguarda i Seguaci di Horus e la reale esistenza, in tempi remotissimi come quelli indicati da Manetone nella sua cronologia, di un re chiamato Osiride, che sarebbe, secondo la cronologia di Manetone, il quinto re della dinastia degli dèi risalente a più di 30.000 anni fa; e gli scritti di Manetone, che non era certamente un fantasticatore, ma un sacerdote tolemaico con una grande responasabilità storica, attingevano a fonti più antiche che sono andate perdute. La genealogia del culto di Horus affonda le radici, come ogni altro culto iniziatico legato alla conoscenza, nella preistoria o, almeno, ad epoche la cui storia ci è ancora sconosciuta, sepolta dai millenni molto prima che le nostre civiltà sorgessero appena (si fa per dire) 5000 anni fa.

Foto: testa del falco Horus, resto di una statua cultuale; VI dinastia; 2200 a.C.; altezza m.0,353; proveniente dal tempio di Hierakompolis.

GENEALOGIA DEL CULTO DI HORUS. LA CITTA' PREDINASTICA DI NEKEN, LE ANIME DI NEKEN. IL DIO DELLA CACCIA PREISTORICO. RE HORO SCORPIONE.

Infatti il dio Horus, in epoca preistorica, era un dio della caccia, per questo viene personificato come un falco antropomorfo, o un uomo con la testa di falco. Questo fa pensare alle molte rappresentazioni preistoriche di divinità con corpo umano stilizzato e testa di rapace o uccello, vediamo per esempio quella della Sala dell'Uomo Morto della caverna di Lascaux, dove l'uomo con testa d'uccello allineato idealmente alla costellazione dei Gemelli, probabilmente raffigura l'anima che, al pari del volo di un uccello, trasmigra e si trasforma; la coincidenza strabiliante sta nel fatto che lo Zodiaco di Dendera, ufficialmente datato al periodo romano ma da molti considerato risalente al 4000 a.C., riporta il falco di Horus appollaiato su una pertica sotto la costellazione dei Gemelli e, guarda caso, sotto la figura dell'uomo-uccello di Lascaux che forse delinea la costellazione dei Gemelli c'è la rappresentazione di un uccello appollaiato su una pertica. Solo una coincidenza? 11.000 anni separano la civiltà egizia che noi conosciamo dalle pitture di Lascaux, ma sappiamo che le figure ibride uomo-uccello si sono protratte fino al Neolitico e verosimilmente la loro insistenza racchiude un messaggio non ancora decifrato, o decifrato solo superficialmente da quel che lascia trapelare l'apparenza esteriore del culto, quella fruibile dalle masse; la vera essenza del culto di Horus rimaneva invece, attraverso i millenni, rivelata e custodita dagli iniziati della sua confraternita. L'essenza del dio Horus, prima della sua decadenza a culto prettamente solare nel periodo dinastico, incarnava l'ipostasi dei molteplici aspetti della realtà, che risiedevano al di là dello spazio e del tempo. Nell'Antico Egitto Horus era il patrono della città di Nekhen, successivamente chiamata in greco HIeracompolis (città del falco) e Horus fu in effetti la prima divinità nazionale conosciuta, rendendo Nekhen un fulcro per il passaggio dell'Egitto all'era dinastica e città di primaria importanza in epoca arcaica e predinastica, sede dei Seguaci di Horus; le sue rovine furono esaminate dagli archeologi James Edward Quibell (1867 – 1935) e Frederick William Green (1869 – 1949) fin dal XIX secolo. A Neken fu trovata la tavoletta di Narmer, recante il cartiglio con il nome di Narmer, il faraone unificatore dell'Alto e Basso Egitto, oltre alla mazza cerimoniale del Re Horo Scorpione, che, come tutti i faraoni delle prime dinastie, era un Seguace di Horus ed apparteneva alla cosiddetta Dinastia 0. La città divenne famosa per la conquista del Basso Egitto da parte di quelli che venivano denominati "Le anime di Nekhen", ovvero i Seguaci di Horus. Nel 1887 Flinders Petrie scoprì l'antico abitato di Nekhen ed una necropoli risalente al protodinastico.

IL MITO DI HORUS

Horus in antico egizio significa "Il Lontano" e veniva pronunciato Heru, essendo Horus una forma latinizzata del nome. La più antica versione del mito di Horus si trova nei Testi delle Piramidi e racconta che Iside, dopo aver ricomposto il corpo di Osiride ucciso e fatto a pezzi da Seth, non ritrovò il membro del dio e lo sostituì con uno di legno, concependo con questo Horus. Osiride sarà destinato a rimanere in stato vegetativo rappresentando l'essenza della morte e della rinascita attraverso i cicli stagionali della vegetazione. Dopo il concepimento Horus bambino sarà vittima del morso di uno scorpione inviato nella sua culla da Seth. Iside trova il figlio morto e dopo aver invocato il dio Ra ne ottiene l'aiuto: il dio arresta il suo carro solare per farvi scendere Thot che resusciterà il bambino, trasmettendogli l'energia di Ra. Da adulto Horus affronterà Seth e nella lotta quest'ultimo gli strapperà un occhio. Horus cerca il suo occhio ridotto in pezzi, glielo ricompone Thot, dio della luna, della sapienza, della scrittura, della magia, e lo reinserisce nell'orbita vuota. Horus strappa i genitali di Seth, successivamente dona l'occhio ritrovato ad Osiride suo padre completando il ciclo della rinascita.

Foto: il faraone fra gli dèi Horus e Anubi in un affresco egizio.

ORIGINI DEL CULTO DI HORUS. IL DIO DELLA CACCIA. LA RIVELAZIONE DI AKHENATON. HARPOCRATE TOLEMAICO. NEB E LA DIVINA FENICE. LA GRANDE ANIMA NASCOSTA

Il mito di Horus conosce moltissime versioni, fra cui quella sopra esposta, che è la più antica, e la sua essenza più profonda usa le metafore agrarie dei cicli della natura per comunicare in forma simbolica il cammino iniziatico dell'Uomo-dio: il potere della conoscenza, dell'evoluzione e della trasformazione, che si collega al mito, presente in quasi tutte le culture antiche, dell'Uomo divinizzato, ovvero della massima realizzazione delle potenzialità umane, fino ad abbracciare ogni aspetto dell'esistenza. Per capire gli antichi miti, e in questo caso il mito di Horus, dobbiamo essere consapevoli del fatto che essi racchiudono, sotto forma di simboli e leggende, la mèta più alta che l'umanità è portata a raggiungere attraverso il suo percorso iniziatico, comprese le moderne scoperte scientifiche che amplificano la nostra percezione dell'universo. Il classico simbolo egizio dell'occhio raffigurante colui che tutto vede, generalmente attribuito al dio Ra, ha origini predinastiche e originariamente era identificato come l'occhio di Horus. L'essenza originaria di Horus doveva essere quella di dio della caccia, così come era concepito in epoca preistorica e neolitica, ed era considerato come una divinità dal duplice aspetto di divinità lunare e solare allo stesso tempo. Infatti l'occhio destro di Horus rappresentava il sole, quello sinistro, perso durante la lotta contro Seth, rappresentava la luna. Questa sua dualità era dovuta alla consapevolezza dell'unica fonte divina da cui promana ogni fenomeno. "Harpopcrate" era la versione greca di Horus, rappresentato generalmente come un bambino seduto con un dito sulle labbra, a simboleggiare il segreto iniziatico della via di Horus. Sulla stele di Metternich, del IV secolo a.C., sono riconosciuti i simboli del cammino di trasformazione: in essa si rivela il messaggio della Grande Anima Nascosta che soprintende ai fenomeni del sole e della luna; dietro ogni fenomeno, soprattutto "sole e luna", si nasconde la sua vera essenza, l'essere in sè; mediante la palingenesi, o rinnovamento periodico dell'universo e dell'uomo, questa grande Anima prima si manifesta sotto forma di falco, poi di scarabeo, infine si trasmuta nella divina Fenice, simbolo di rinascita, che dimora nei due occhi di Horus. Il culto di Horus era originariamente un culto monoteistico, inteso nel senso che incarnava entrambi i principi maschile e femminile nella loro unione primordiale; esso rinacque per poco tempo rivelandosi nel culto di Aton istituito da Akenaton: Aton, infatti, incarnava entrambi i principi al pari di Horus e il suo monoteismo non era inteso a rinnegare il pantheon degli dèi egizi, ma racchiudeva egli stesso nella sua essenza ogni aspetto che gli altri dèi rappresentavano separatamente, ed il sovrano, Akenaton, era la sua incarnazione terrena. L'eresia di Akenaton fu dunque una rivelazione, un tentativo di riconsegnare nelle mani del faraone l'unico ruolo di re-dio, che il potere del clero e della nobiltà avevano cancellato, perchè questo era l'unico modo per evitare il formarsi di classi che si tramandavano il potere per legame di sangue e il formarsi di un autoritaritarismo di casta di stampo medievale: il re, in epoca arcaica, era infatti il garante dell'uguaglianza e della giustizia ed il suo potere non assolveva interessi egoistici, ma consisteva nel proprio sacrificio per il bene comune. Ma, dopo la caduta in disgrazia dei clero di Amon, l'accentramento del potere nelle mani del sovrano fu avversato e combattuto da nobili e clero, e per questo Akenaton venne rinnegato nelle epoche successive e si cercò perfino di cancellare le tracce della sua esistenza e delle sue opere. Il culto dell'unico dio che includeva entrambi gli aspetti dell'esistenza fu il motivo per cui Akenaton veniva raffigurato in forma androgina, come venne raffigurato allo stesso modo, dopo la sua divinizzazione, l'architetto Imhotep per indicare l'uomo evoluto che ha trovato sè stesso nella propria unità. Akhenaton era considerato l'incarnazione di un dio; Zahi Hawass chiarisce in questo modo: “Le poesie dicono di lui: ‘tu sei l’uomo, e tu sei la donna’. Ecco perchè gli artisti mettevano l’immagine di un uomo e di una donna nel suo corpo”; il faraone eretico svelava in questo modo le caratteristiche maschili e femminili unite nel primordiale dio creatore dell'universo Horus-Ra-Aton, e gli artisti iniziati che lo raffiguravano volevano in questo modo svelare la mèta dell'Uomo-dio. Questo faraone fu senz'altro una delle menti più illuminate della storia umana e l'aspettodelle sue raffigurazioni, così intrigante, fa pensare all'esasperazione della dolicocefalia presente in moltissime civiltà e popolazioni antiche, che deformavano il cranio dei neonati per ottenere una forma simile e, probabilmente, assomigliare ad un gruppo etnico scomparso, dalla cultura superiore: che di questo gruppo etnico facessero parte i Seguaci di Horus? Certo è che essi furono i fondatori della civiltà egizia ed Akhenaton era probabilmente un loro diretto discendente.

Foto: bassorilievo raffigurante una scena familiare con Akhenaton, Nefertiti e le figlie (XVIII dinastia, 1350 circa a.C.).

NEKHEN E BEHDET. SEKHET HOR: LA DEA ALBERO. LE ANIME DI PEH E NEKHEN. EMILE CHASSINAT. ELIOPOLI E I SUI SACERDOTI SALVANO L'ANTICA CONOSCENZA. IL VIAGGIO DEL FARAONE DEFUNTO

In epoca preistorica c'erano molti più falchi di quanti non ce ne fosserto in epoche successive e, certamente, questo rapace abile nella caccia che si librava nel cielo fino a raggiungere altezze sorprendenti, doveva impressionare molto le popolazioni, che finirono per identificare in lui il valore dei più abili cacciatori prima, per poi elevarne il simbolismo a più profondi significati esoterici. "Il Lontano" si addice molto come nome di un uccello che si librava a simili altitudini; Horus veniva identificato come il volto del cielo, il cui occhio destro era il sole e l'occhio sinistro la luna. E' sempre stato difficile per gli esperti riuscire a capire se il culto di Horus fosse originario dell'Alto o del Basso Egitto, si sa che i luoghi di culto più antichi furono Nekhen (nel sud dell'Egitto) e Behdet, al nord nel delta occidentale del Nilo, vicino all'antica città di Imaret, "la città degli alberi", che in epoca predinastica era centro del culto di Sekhet Hor, una dea albero che, secondo il mito, si era tramutata in una vacca per proteggere Horus bambino in una delle interpretazioni della dea HatHor. Fu proprio a Behdet che Horus iniziò ad essere immaginato con forme antropomorfe, da falco a uomo con testa di falco, munito di arco e frecce e denominato Horo Behedeti. Nekhen si trovava nell'Alto Egitto (sud) a circa 80 km. da Luxor e fu anch'esso uno dei primi insediamenti predinastici in cui comparve il culto del falcone e rimase un centro molto importante in epoca dinastica, fino al Nuovo Regno, diventando capitale del terzo Nomo. Nel lato interno del muro di cinta del tempio di Horus a Idfu sono raffigurate in processione tre figure antropomorfe con testa di sciacallo, note come "Le Anime di Nekhen" e rappresentanti evidentemente i primi re della città; altre figure con testa di falco precedono queste, denominate "Le Anime di Pè": Pè significa "seggio", "trono" dove si presume fosse collocata la residenza dei re del Basso Egitto, sul delta del Nilo. La cosa sorprendente è che il dio originale della città di Nekhen non era Horus, ma Nekheni: un falcone con la testa adorna di due lunghe piume, la cui testa d'oro predinastica fu trovata nel 1898 dall'archeologo James Quibell; in seguito i greci chiamarono la città "Hieracompolis", "la città del falco". Che si sia espanso dall'Alto o dal Basso Egitto (e su questo ci sono due correnti di pensiero fra gli studiosi) il dio Horus era, già prima dell'unificazione dell'Egitto, il dio regale per eccellenza e divinità protettrice di entrambe le famiglie del nord e del sud. Dopo l'unificazione del Paese per mano dei Re Scorpione e di Narmer, re del nord, che inglobarono il sud al loro regno, il faraone venne eletto a incarnazione di Horus, divenendo così "il Dio Vivente". Un'altra denominazione del faraone era "Horo d'Oro" e mostrava il falco seduto sul simbolo geroglifico dell'oro: è possibile che questa sia la celebrazione della vittoria dei Seguaci di Horus sui Seguaci di Seth, il cui centro di culto era Nubt (Ombos) nell'Alto Egitto (sud) fra Edfu e Aswan, ed era denominata, appunto, "la città dell'oro". Nonostante Horus fosse il più antico dio dell'Egitto, dopo non molto tempo, 1.570 circa a.C, la sua essenza di dio specificatamente "celeste", che incarnava l'idea di infinito e di completezza, venne fusa con quella prettamente solare di Ra, identificando la "porta" cosmica del sole come la più alta rappresentazione di "passaggio ad un livello superiore di esistenza"; il tempio di Eliopoli, dov'era adorato Ra-Hor-akhti (Ra e Horo dai due orizzonti) conobbe la sua massima floridezza durante il regno di Ramesse II (XIII secolo a.C.). A Eliopolis Horus non fu più dio solare, ma aveva solamente il ruolo di figlio di Iside e Osiride, protetto da Iside finchè fu abbastanza grande da poter rivendicare il trono d'Egitto. In questa veste ebbe molti ruoli e relativi nomi, fra cui quello greco tolemaico di Harpocrate, che veniva raffigurato come un bambino con il ciuffo dell'infanzia e il dito sulle labbra. Osiride e Horus: padre e figlio erano rappresentazione di un unica essenza divina, ma Osiride era destinato per sempre all'oltretomba e Horus, il figlio, a salvare la sua vista ogni anno donandogli l'occhio sinistro strappatogli da Seth, cosicchè resuscitasse sè stesso e la natura; fu per questo che il faraone in vita era l'incarnazione di Horus, mentre il faraone defunto, nel suo viaggio verso l'oltretomba, diveniva Osiride, in attesa della resurrezione; non era necessario che il successore del faraone defunto fosse imparentato con lui o ne fosse il figlio biologico, ma ne diventava "figlio" automaticamente dopo essersi preso cura di seppellire il sovrano dceduto. I templi eretti in epoca tolemaica, sotto il dominio macedone, erano preposti dai sacerdoti egizi alla preservazione della memoria del sapere, della cultura e dei messaggi di conoscenza di questa antica e superiore civiltà egizia, perciò essi si presero particolarmente cura di fregiarne, dipingere, scolpire tutte le informazioni possibili, con particolare ansia che non fossero perdute, attraverso geroglifici e iscrizioni ieratiche che trascrivessero i contenuti dei rotoli di papiro che potevano essere distrutti nel tempo e dei miti tramandati oralmente di generazione in generazione. Nell'enorme tempio di Edfu ogni parete e pilastro sono ricoperti da incisioni corsive appositamente complicate, per fare in modo che solo pochissimi potessero leggerne il contenuto, allo scopo di preservare allo stesso tempo i segreti del tempio; della loro parziale interpretazione si occupò l'egittologo francese Emile Chassinat (1868-1948).

Foto: La statua in legno del faraone Auibra Hor-Hotepibtawy, XIII dinastia, Medio Regno, scoperta a Dashur e risalente circa al 1340 A.C., mostra sulla testa il corpo astrale del sovrano "Ka": gli occhi sono lenti molate di durissimo quarzo, che dona loro una straordinaria lucentezza e vitalità,  un vero e proprio capolavoro perché la comunità accademica non pensava che gli egizi detenessero queste eccezionali conoscenze tecniche per modellare il quarzo (che invece, evidentemente, avevano). Caratteristiche: Scultura in legno ad intaglio con intarsi di pietre dure e rivestimenti in lamina d'oro, altezza: 170 cm., esposta al Museo Egizio del Cairo.

L'OCCHIO DESTRO E L'OCCHIO SINISTRO DI HORUS

Qual'è il significato profondo degli occhi di Horus: quello sinistro lunare perso nella battaglia contro Seth e quello destro come simbolo solare? La leggenda dell'occhio sinistro di Horus nasconde il segreto del cammino iniziatico: l'occhio destro, identificato con il sole, è l'occhio divino, l'occhio sinistro raffigura l'occhio umano, ipostasi dell'anima ancora in cerca della sua completezza.  Nel Libro dei Morti, cap.LXVI si legge: “ Io sono Horus, il figlio primogenito di Osiride, che dimora nel mio occhio destro. Giungo dal cielo e rimetto Maat (la Dea della verità e della giustizia) nell’occhio di Ra (il Dio Sole)”,che, per gli egiziani, è il sinistro. La riconquista della vista vera, o della vera consapevolezza si raggiunge seguendo le leggi di Maat, personificazione dell'equilibrio cosmico e della giustizia, allora l'occhio sinistro di Horus ritroverà la sua collocazione e l'Uomo-Dio sarà realizzato, restituendo perciò l'occhio ritrovato alla sua fonte: Osiride.

I TESCHI DELL'IPOGEO DI MALTA "AL SAFLIENI" E LA LORO POSSIBILE RELAZIONE CON LA STIRPE DI HORUS. QUANDO IL GOLFO PERSICO ERA UNA TERRA EMERSA FORSE OSPITAVA UNA CIVILTA' MADRE?

E' possibile che le popolazioni neolitiche presenti sulle sponde del Nilo nel 4000 a.C. possano aver accellerato in così poco tempo, partendo quasi dal nulla, lo sviluppo della civiltà più avanzata del mondo antico?  Potrebbero esserci delle relazioni fra il ritrovamento dei crani allungati dell'ipogeo di Al Saflieni, a Malta, e l'analoga scoperta nella necropoli di Abydos, di scheletri con teschi dalla maggiore capacità cranica rispetto a quelli delle popolazioni autoctone, ritrovati da Flinders Petrie nei primi del '900? Ovviamente l'origine della stirpe dinastica, come conversione della casta sacerdotale in aristocrazia, in Egitto, dovrebbe affondare le radici in un passato talmente remoto da non averne lasciato memoria storica ed archeologica, rimanendo celata fra le nebbie del mito e di codificatissimi simbolismi raffigurati da opere pittoriche, bassorilievi e graffiti, fin dall'epoca preistorica e, naturalmente, tutta questa enorme mole di conoscenza esplosa in poche centinaia di anni in Egitto e in Mesopotamia, non può non avere un origine comune; un origine che, comunque, dovrebbe accomunare tutte le più antiche civiltà e popolazioni del mondo, viste le similitudini nel linguaggio, nelle caratteristiche delle divinità, nei miti di popoli fra loro lontanissimi, non certo limitate alla sola relazione culturale, peraltro evidente, fra Antico Egitto e civiltà sumera. Quando il Golfo Persico era una terra emersa minacciata dalla successiva inondazione dovuta all'innalzamento del livello del mare alla fine dell'era glaciale, è possibile che popolazioni probabilmente molto evolute fossero state costrette ad emigrare e ad occupare altri territori abitati da comunità più arretrate, innestandovi il seme delle prime civiltà. L'ipogeo di Hal Saflieni venne esplorato per la prima volta nei primi del '900 da Sir Themistocles Zammit: nella caverna delle ossa vennero trovati circa 7000 scheletri umani dalle caratteristiche anomale, con crani allungati dei quali alcuni sono risultati essere naturali, non ottenuti con bendaggi e costrizioni tipiche; quelli naturali furono considerati tali perchè non presentavano la naturale (appunto) fenditura mediana che separa gli emisferi cerebrali. Comunque le prove scientifiche che attesterebbero l'appartenenza di questi individui ad un ceppo etnico scomparso sono state accuratamente occultate dai dipartimenti museali, tanto che gli studiosi inviati sul posto non poterono continuare le loro indagini. L'esame più accurato dei crani in questione avrebbe potuto retrodatare l'ipogeo e le sue opere; peraltro le anomalie antropomorfiche di questi individui risultano patologiche, tanto che, secondo gli esperti, queste persone non avrebbero potuto condurre una vita normale: la causa di ciò potrebbe essere, appunto, il prolungato  concepimento fra consanguinei, allo scopo di mantenere la propria particolarità etnica, e la conseguente degenerazione di questa stirpe, che veniva denominata come "sacerdoti serpente" nelle tradizioni ancestrali dei popoli del medioriente antico. L'Ipogeo di Malta è un tempio sotterraneo dedicato al culto della Dea Madre, culto che i sacerdoti egizi di Horus tramandarono attraverso la figura di Iside. L'imbarazzo della comunità accademica è dovuto al fatto che i crani dolicocefali di Malta, assieme ad altri scoperti in tutto il mondo, potrebbero sicuramente testimoniare l'esistenza di un'antico lignaggio sacerdotale (e perciò legato alla conoscenza più antica) fondatore del culto di Horus e della civiltà egizia come di molte altre civiltà su tutto il pianeta.

Foto: una delle rare foto dove si confronta un teschio dell'Ipogeo di Malta (di cui si parla nel paragrafo sopra) con uno normale e si nota la maggiore dimensione.

IL CULTO DEL SERPENTE

Il dio Horus, nella sua più antica iconografia, viene rappresentato come un falco appollaiato sopra un bassorilievo raffigurante un serpente, che fin dai primordi della civiltà è legato alla conoscenza e all'evoluzione. Presso tutte le più importanti civiltà del globo, il serpente è un simbolo sapienziale: nella filosofia Yoga il serpente arrotolato che dorme rappresenta Kundalini, ovvero la conoscenza addormentata; presso gli Aztechi il serpente alato Quetzacoatl, con diversi nomi in tutto il Sud America, era dio della sapienza; nell'Arcano Maggiore dei Tarocchi precede l'Eremita nel suo cammino verso l'illuminazione; presso la tradizione del cristianesimo gnostico il serpente è simbolo della gnosi; se poi uniamo a tutte queste tradizioni i pilastri del Tempio megalitico di Gobekli Tepe, in Turchia, risalente a 13.000 anni fa, ricoperti di bassorilievi con figure di serpenti...beh, credo che una riflessione sull'origine del serpente di Horus dovremmo farla.

Foto: Serekht di Djet, 3020 a.C. circa, Parigi, Museo del Louvre. Djet fu un faraone della I dinastia, la cui data d'incoronazione corrisponde a circa il 3055 a.C. I "serekt" erano cornici rettangolari di pietra nelle quali era raffigurato il simbolo del sovrano in età arcaica; la figura del falco Horus rappresenta il sovrano come incarnazione del dio; il serpente è il glifo che abitualmente indica il re.

CONCLUSIONE:

La valle del Nilo, a causa della progressiva espansione del deserto del Sahara circa 7000 anni fa, divenne un crocevia di popoli e culture che lì trovarono le condizioni per poter sopravvivere e costruire il proprio futuro. Gli Egizi furono i discendenti delle antiche popolazioni che occupavano il territorio del Sahara quando questo era verdeggiante? Oppure erano discendenti di popolazioni neolitiche e paleolitiche europee? In ogni caso stiamo parlando di un'epoca per la quale non possiamo usare lo stesso metro di giudizio odierno, poichè a quel tempo le popolazioni e le etnie avevano una distribuzione territoriale completamente diversa da quella alla quale siamo già da tempo abituati. Su una cosa però ci sentiamo abbastanza sicuri: sul fatto che la civiltà egizia non sia nata così, quasi priva del lungo processo evolutivo che sarebbe occorso per creare quelle grandi opere, ma sia piuttosto un'eredità culturale e sapienziale trasmessa da una fonte molto più remota e dai discendenti di un popolo dalla cultura superiore che, in epoca storica e dinastica, si era già confuso geneticamente con altre popolazioni che interagirono con la valle del Nilo. Se è vero che le inconcepibili piramidi di Giza e la Sfinge furono costruite in epoca ancestrale, l'antica civiltà che creò questi monumenti doveva essere la stessa che diede gli albori alla civiltà sumera in Mesopotamia: ne sono testimoni le fondamentali somiglianze culturali e artistiche e la maggiore antichità delle prime piramidi è testimoniata dal fatto che nelle epoche successive nessuno seppe più costruire simili monumenti. Ma se le piramidi esistevano prima del periodo storico a noi conosciuto, allora Narmer non fu il primo unificatore dell'Egitto, ma ripristinò un'ordine già esistente e testimoniato da queste costruzioni. Analisi sulle mummie dei faraoni dinastici e dibattiti sulla loro appartenenza etnica sono, secondo noi, vani e destinati a non concludersi perchè il ceppo dinastico, all'epoca a cui risalgono le prime mummie, era già ibrido e variegato e l'arte egizia solo in rari casi era realistica, ma seguiva abitualmente dei canoni ideali che non si preoccupavano di riprodurre le vere caratteristiche di un re o un funzionario, se non in rari casi, ma ponevano l'individuo in una dimensione fuori dal tempo. In conclusione: noi siamo propensi a dare maggior credito alla teoria di Flinders Petrie secondo la quale un gruppo d'individui, forse sopravvissuti alla scomparsa catastrofica di un'antichissima civiltà, diede impulso alla nascita della civiltà egizia e sumera, coinvolgendo nei suoi progetti la popolazione locale. In ogni modo, la civiltà egizia che noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere attraverso due secoli di studi e ricerche, fu una delle più civilmente avanzate e culturalmente evolute non solo dell'antichità, ma di tutti i tempi e quando riusciremo ad accedere ai suoi segreti significherà forse che saremo abbastanza evoluti per accoglierli. Nel 1993 venne costruito un robot, denominato "Upuaut" (che in antico egizio significa "Colui che apre la via") dall'ingegnere tedesco Rudolf Gantenbrink, che volle ispezionare i misteriosi cunicoli della piramide di Cheope; quando la missione fu a buon punto ed il robot giunse ad una porticina, in fondo al cunicolo, con due maniglie di rame, la missione fu arrestata dal governo egiziano e andò in fumo il sogno di una straordinaria rivelazione. Ma durante un soggiorno negli Stati Uniti, il soprintendente ai beni archeologici del Cairo Zahi Hawass si lasciò sfuggire queste dichiarazioni: "Il ritrovamento di quella porta è la più importante scoperta della storia dell'Egitto. Abbiamo trovato dei manufatti che costringeranno l'Occidente a riscrivere la storia passata..."

Alessia Birri, 2 marzo 2014

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sabato 4 gennaio 2014

GOBEKLI TEPE E LA CIVILTA' ANTIDILUVIANA


“Intercorre più tempo fra Gobekli Tepe e le tavolette d’argilla sumere di quanto non ve ne ne sia fra la civiltà sumera e noi.”  Gary Rollefson, archeologo.

Visita l'album intero di Gobekli Tepe su Picasa:
https://picasaweb.google.com/112628118463774814307/GobekliTepe


PREMESSA

Basta avere un po' d'immaginazione ed unirla alle molte testimonianze archeologiche, per dedurre il fatto che la storia dell'evoluzione umana (se di evoluzione graduale si trattò o non piuttosto di un'improvvisa mutazione genetica, dovuta a fattori sconosciuti) sia molto più remota di quanto si possa pensare e che la civiltà non ebbe uno sviluppo lineare, ma ciclico intervallato da periodi d'oblio e da epoche di profonda consapevolezza, che, come nel presente, anche nel lontano passato ci fu la coesistenza di popoli più avanzati e di popoli ancora non evoluti. Una catastrofe naturale avrebbe potuto spazzare le conquiste di un'antica civiltà e aver permesso la sopravvivenza delle popolazioni meno evolute, le quali considerarono alla stregua di divinità gli antichi appartenenti a questa stirpe, creando miti e leggende che, presso tutti i popoli del mondo, raccontano in modi diversi tutte la stessa storia, ponendo al centro della propria venerazione quelli che vennero identificati come Nephilim, Annunaki, Giganti, ecc...ovvero gli appartenenti ad una cultura superiore che venivano visti come esseri sovrumani.


 Suggestiva veduta notturna di Gobekli Tepe (13.000 anni fa).

Ipotesi di come dovevano essere posizionati i pilastri di Gobekli Tepe.

L'OMBELICO DEL MONDO.

Gobekli Tepe: tempio paleolitico risalente a 11.000 anni a.C.
Nonostante il notevole imbarazzo che crea alla comunità accademica, similmente a tutti i siti architettonici risalenti ad epoche più antiche di quelle ufficialmente accettate per questi manufatti, Gobelki Tepe è il sito megalitico risalente all'Età della Pietra più importante ed enigmatico del mondo. Si trova in Turchia, su una collina artificiale di 15 metri d'altezza, nei pressi della città di Saliurfa al confine con la Siria. Secondo gli studiosi, la sua costruzione avrebbe impegnato centinaia di uomini nell'arco di addirittura cinque secoli. Il complesso si estende per la larghezza di circa 300 metri e solo il 5 per cento del sito è stato scavato. Finora sono stati portati alla luce 40 pilastri a forma di T, alti fino a 4 metri e disposti in cerchi contenenti ognuno 14 pilastri. Per spostare ogni pilastro è stato stimato che occorressero almeno 40 persone. A differenza dei siti megalitici di Malta e Stonehenge, molto più recenti e risalenti al Neolitico, presso i quali i monoliti si presentano grezzi e appena ritoccati, quelli di Gobelki Tepe sono delle vere e proprie sculture lavorate con molta precisione e raffinatezza, dal peso di 15 tonnellate ciascuna, dalla forma enigmatica che potrebbe evocare divinità, eroi o antenati; oppure reminiscenze di più antiche popolazioni superiori in cultura e conoscenza, che suggestionarono e lasciarono un impronta indimenticabile nel ricordo di queste popolazioni. Ma ciò è solo un'ipotesi e noi potremo forse solo cercare di immaginare ciò che riportavano alla memoria queste figure stilizzate. Una curiosità è dovuta al fatto che al centro di ogni cerchio vi siano due pilastri più alti degli altri. La maggior parte dei pilastri sono fregiati con raffinatissimi alto-rilievi e basso-rilievi raffiguranti animali, che probabilmente avevano un valore di riferimento simbolico: molti serpenti, oche, cinghiali, mucche, scorpioni, leoni, volpi, tori e gru. Nel sito non sono stati trovati resti di colture o tipici animali domestici che potessero far pensare ad una comunità di agricoltori; erano dunque cacciatori-raccoglitori e la loro organizzazione sociale era fondamentalmente collettivistica. E' da precisare che il sito, esteso per più di 500 metri quadrati (ma gran parte è ancora da scoprire) è stato trovato dagli archeologi deliberatamente ricoperto da terra portata dall'uomo mediante un enorme dispendio di energie; l'occultamento del santuario e del suo tesoro di conoscenza avvenne 8.000 anni a.C. in seguito all'abbandono del sito ed il popolo che lo custodiva certamente non voleva che fosse frequentato da profani. Alla sua scoperta, nel 1963, al luogo non venne data molta importanza, sebbene vi fossero trovate numerose punte di selce che indicavano un appostamento dell'età della pietra. Nel 1995 il sito fu riscoperto ed ispezionato mediante approfonditi scavi e studi archeologici dal team dell'Istituto Archeologico Germanico capeggiato dal professor Klaus Schmidt. Dal 2006 se ne occuparono le università tedesche di Heidelberg e Karlsruhe. Indagini geomagnetiche hanno rilevato che ancora sepolti vi siano almeno 250 pilastri in 15 anelli e questo ci da un idea delle dimensioni dell'opera. E molto significativo è il ritrovamento del pilastro isolato, a circa 1 chilometro dal sito, molto più alto di tutti gli altri, che raggiunge i 9 metri e fu abbandonato probabilmente perchè, durante il trasporto, si ruppe. Gli artisti che crearono queste opere lavorarono direttamente sul posto, infatti sono state ritrovate anche sculture non terminate ed anche statue di argilla, fra cui quella di un cinghiale e la più importante e suggestiva statua di divinità maschile di grandi dimensioni, con gli occhi incastonati di ossidiana; è stata trovata anche una statuina di divinità femminile nuda ed un pilastro alto 4 metri con figure totemiche sovrapposte simili ai totem dei nativi americani e tutte sono custodite presso il vicino museo di Urfa. 100.000 piccoli frammenti ossei di animali sono stati trovati nei pressi del santuario, comprendenti gazzelle, uri, asini selvatici, cinghiali e cervi. Il fatto che vi fossero trovati solo animali selvatici e nessun indizio di attività agricola rivoluziona la teoria secondo cui la nascita delle opere architettoniche monumentali doveva essere per forza legata all'agricoltura o all'allevamento. Questo argomento è molto scomodo per la comunità accademica perchè prova che le comunità egualitarie di cacciatori e raccoglitori avevano la medesima coesione sociale e lo stesso livello di conoscenza (per l'esattezza, maggiore appunto perchè ancestrale) delle civiltà organizzate in classi sociali diverse secondo un ordine gerarchico. Nei pavimenti di roccia antistanti il sito, si possono notare numerore formelle scavate a forma di scodella, che forse erano utilizzate  per accendervi dei fuochi. I pilastri non avevano alcuna funzione, non sorreggevano nulla, rappresentavano degli esseri mitici, come afferma il professor Klaus Schmidt.

Magnifico e raffinato bassorilievo raffigurante anatre da Gobekli Tepe (13.000 anni fa).

Le statue di Gobekli Tepe al museo di Urfa: al centro il pialstro totemico, le statuine di cinghiale ed un'altra non identificabile scultura.

LA STELE COPERTA DI GEROGLIFICI

Uno dei bassorilievi più misteriosi e importanti scoperti a Gobekli Tepe (11.000 a.C.), consiste in un frammento di stele ricoperto da una scrittura geroglifica che forse non potrà mai essere interpretata, non essendoci raffronti, data l'antichità del reperto, con altre forme di scrittura conosciute. Si può riconoscere la figura di un falco, due figure a forma di piede, delle specie di sigilli, delle frecce, una figura serpentiforme, ecc...Una cosa è certa: ci troviamo di fronte alla chiave della conoscenza ancestrale, tramandata di generazione in generazione da una stirpe sciamanica ed iniziatica fin dalla notte dei tempi...e non possiamo aprire la porta. Per i ricercatori, infatti, il tempio fu progettato da un'èlite sciamanica e sacerdotale e quest'ultima, aggiungiamo noi, era depositaria della gnosi primigenia che poi è stata corrotta nei millenni successivi da forme di religiosità che certamente non mantennero il significato autentico del messaggio originale. E se il tempio di Gobelki Tepe racchiude un così immenso tesoro, esso non può essere considerato una delle prime opere monumentali dell'umanità: consiste probabilmente nell'estrema propaggine di civiltà molto più remote, di cui all'epoca si conservava il ricordo. Il fatto che avvalora maggiormente la nostra teoria è attestato dalla maggior accuratezza e perfezione delle opere più antiche rispetto a quelle più recenti, in tutti i luoghi del mondo: questo si può constatare sia dalle piramidi egizie, sia dai siti monolitici risalenti al Neolitico come quello di Stonehenge (2.600 a.C.) i cui manufatti sono costituiti da pietre grezze, mentre quelli di Gobelki Tepe (11.000 a.C.) sono lavorati e levigati con una perfezione incredibile. Ciò fa pensare ad un imbarbarimento piuttosto che ad una civilizzazione nei millenni dell'epoca storica e forse si dovrebbero rispolverare le teorie del naturalista francese del XIX secolo: George Cuvier.

 La straordinaria stele di Gobekli Tepe con una scrittura a bassorilievi geroglifici, alcuni dei quali assomigliano in modo strabiliante a quelli egizi, nonostante li separino ben 8.000 anni di differenza.

Il centro di una delle strutture circolari con altare rettangolare e un pilastro con raffigurata una volpe.

IL COLLETTIVISMO ORGANIZZATO. KLAUS SCHMIDT. LE 200 CITTA' SOMMERSE DEL MEDITERRANEO. PUMA PUNKU. YONAGUMI.

Secondo le teorie accademiche, l'evoluzione psico-fisica dell'Homo Sapiens Sapiens ha iniziato a prendere risvolti significativi circa 200.000 anni fa, in Africa, ed appena 40.000 anni fa l'uomo moderno diffuse la sua stirpe sul continente europeo e australiano; in Europa convisse a lungo con l'uomo di Neanderthal, che anch'esso oggi viene giustamente considerato Homo Sapiens, anche considerandone l'ingegno testimoniato dai reperti rinvenuti (comne il braccialetto di Denisova, ritrovato in una caverna in Siberia, lavorato in ossidiana con una raffinatezza modernissima e risalente a 40.000 anni fa) e considerato anche il notevole volume cranico che era, seppur lievemente, maggiore di quello dell'uomo moderno.  Ma purtroppo nemmeno la scienza e meno ancora l'archeologia possono essere libere da preconcetti ideologici (che pongono le loro radici in una determinata visione dell'uomo e della storia) che ne impediscono un più ampio campo d'analisi, perciò le più importanti scoperte archeologiche, di valore fondamentale, effettuate in questi ultimi decenni vengono quasi poste sotto silenzio dalla comunità accademica, dai documentari e dal posto che dovrebbero avere fra le notizie più eclatanti. Pensiamo al "santuario" paleolitico di Gobelki Tepe, in Turchia, caratterizzato da monoliti di pietra a forma di T difficilmente trasportabili e posizionabili, fregiati da bassorilievi che nulla hanno da invidiare a quelli delle cosiddette "prime civiltà": sumera in Mesopotamia e della valle dell'Indo. Eppure questo complesso, molto più accurato e pregevole di quello di Stonehenge (Gobelki Tepe vanta 13.000 anni, mentre Stonehenge è attestato al 3.000 a.C.), risale al tardo Paleolitico, in un epoca in cui le comunità umane avrebbero dovuto vivere di caccia e di raccolta ed essere organizzate in gruppi comunitari  fondamentalmente egualitari, presso i quali non esistevano ancora gerachie sociali in grado di pianificare simili opere monumentali che, per essere effettuate, avevano bisogno di una notevole organizzazione e coesione sociale. Ma proprio in questo potrebbe consistere l'imbarazzo della comunità accademica, ovviamente vincolata alla legittimazione di precisi sistemi sociali: nella paura di scoprire che la civiltà non sia nata, in fondo, come i più desidererebbero, dal potere inteso come imposizione e stratificazione sociale, ma da un'ancestrale coscienza collettiva volta al bene comune e perciò perfettamente in grado di coadiuvare le energie in modo collegiale, in modo più efficiente di una società basata sul dominio. Il fondamentale collettivismo delle più antiche civiltà è attestato da molte prove archeologiche, come, per esempio, le rovine della città di Harappa, nella valle dell'Indo, attestate ufficialmente a circa 3.300 anni a.C., che per struttura ed organizzazione urbanistica non fanno pensare a nessun tipo di stratificazione sociale, ovvero tutte le abitazioni, comprese quelle periferiche, sono munite degli stessi servizi consistenti in condutture coperte per lo smaltimento dei rifiuti, numero e disposizione delle stanze, materiale da costruzione, ecc...Infatti, presso tutte le civiltà, l'inizio del dispotismo monarchico iniziò dal momento in cui il sovrano, al principio garante del bene comune, si arrogò potere personale con la successiva divisione in classi della società. Ma facciamo ritorno a Gobelki Tepe, che in turco significa "ombelico del mondo", e proviamo ad immaginare quali tesori di conoscenza erano custoditi dalla popolazione che eresse questi monumenti, immaginiamo il contesto culturale dell'epoca in cui furono eretti quei monoliti che, forse, consistevano in un marginale centro di aggregazione nell'ambito di antichissime ed ancestrali città scomparse, solo uno dei pochi luoghi che sono stati ad oggi esaminati e scoperti; peraltro Gobelki Tepe è stato portato alla luce ancora solo parzialmente dagli scavi archeologici, condotti dal professor Klaus Schmidt dell'Istituto Tedesco di Archeologia. Il sito fu superficialmente esaminato anche negli anni '60, ma solo nel 1994 se ne capì l'importanza e si attestò che risalisse al tardo Paleolitico. Ufficialmente la città più antica del mura dovrebbe essere Gerico, in Cisgiordania, il cui primo impianto cittadino risalirebbe al 6.800 a.C., quindi di ben 5.000 anni più recente di Gobelki Tepe. Riflettendo su questo sito straordinario e di fondamentale importanza, non possiamo non immaginare che esso rappresenti solo una propaggine di quella che dev'essere stata una civiltà remotissima, precedente a tutte quelle ufficialmente dichiarate le prime al mondo, anche tenendo conto del fatto che solo nel Mediterraneo si troverebbero le rovine di ben 200 città sommerse, cosparse in tutti i litorali, da considerare forse coeve alla città recentemente ritrovata nel mare del Giappone, al largo dell'isola di Yonagumi, dove sono state trovate, nel 1987, delle rovine monumentali di una città sommersa simili alle piramidi egizie e che vengono fatte risalire alla fine dell'era glaciale, cioè al 10.000 a.C. Potremmo a lungo disquisire sui moltissimi esempi simili di siti antidiluviani, come per esempio quello di Puma Punku, nei pressi di Thiauanaco,in Bolivia, che da molti studiosi viene fatto risalire ad un epoca molto anteriore a Thiauanaco, nei documentari di History Channel addirittura si ipotizza l'epoca di 17.000 anni fa; ma per la comunità accademica le straordinarie opere d'ingegneria modulare e l'estrema precisione con cui sono modellate, sono da attribuirsi ad un popolo andino, gli Aymara, vissuto 2.000 anni fa che non conosceva nemmeno l'uso della ruota. Il grande tassello mancante riguardo questi siti è che purtroppo i manufatti di pietra sono difficilmente databili con sicurezza, almeno che non vengano ritrovati nei loro pressi reperti di riferimento di altro materiale, come le innumerevoli ossa di animali selvatici e punte di frecce di ossidiana trovate a Gobelki Tepe, che fanno pensare ad un insediamento stabile; inoltre la presenza di legno carbonizzato e pollini ha permesso una più precisa datazione del sito.

 Il professor Klaus Schmidt, dell'Istituto Tedesco di Archeologia, accanto ad un pilastro con bassorilievi ed uno degli strani fori assolutamente perfetti presenti in molti dei monoliti di Gobekli Tepe.

Raffigurazioni di serpenti e scorpione su uno dei pilastri di Gobekli Tepe.

Enigmatiche raffigurazioni su un pilastro con figure geometriche, avvoltoi e uno scorpione (Gobekli Tepe: 13.000 anni fa).

L'UOMO DI URFA, LE SCULTURE, I BASSORILIEVI

La più suggestiva statua scoperta a Gobekli Tepe è senz'altro quello che viene definito "L'Uomo di Urfa", dalla vicina cittadina di Urfa. La statua è alta 2 metri, in pietra di calcare con magnifici e suggestivi occhi incastonati di ossidiana e indossa una specie di stola sacerdotale, è conservata al museo di Urfa (Turchia). Nella stessa area è stata trovata anche una statua di divinità femminile nuda, risalente allo stesso periodo. Le statue paleolitiche più antiche di quelle di Gobelki Tepe sono di piccole proporzioni, consistono principalmente in statuine di veneri femminili nude (come la venere di Willendorf o la più antica venere di Vestonice, che risale a circa 30.000 anni fa); questo perchè avevano la funzione di amuleti e venivano indossate dai cacciatori che le portavano sempre con sè. Ma probabilmente l'Uomo di Urfa è destinato ad essere il primo tassello in un contesto di testimonianze straordinarie di questo tipo, che verranno alla luce quando l'intero sito di Gobelki Tepe sarà scoperto (ancora più di 200 pilastri e 15 cerchi sono da dissotterrare) e, assieme a questo, si scopriranno molti altri siti risalenti al paleolitico che testimonieranno che la coscienza e la conoscenza sono antecedenti la cosiddetta "epoca storica", che, a nostro parere, consiste in una degenerazione dei valori originali dell'umanità.
Molte altre sculture di identico valore sono state scoperte a Gobekli Tepe, che potete osservare visitando il mio album di Picasa riportato sopra. Ogni manufatto è carico di significato e nulla è lasciato al caso o ad una semplice esigenza decorativa. Oltre ad una statua di divinità femminile nuda e seduta (tipica dell'epoca paleolitica), ci sono statue di cinghiali delle dimensioni di circa un metro ciascuna, un pilastro totemico (di cui non sono riuscita ad avere informazioni circa l'altezza) con figure umane sovrapposte: la testa della figura più grande è purtroppo corrosa e non ne rimane alcun tratto, mentre quella piccola è ben conservata; una testa con un serpente stilizzato al posto del volto; un grande anello di pietra del quale non sono purtroppo descritte le misure; due dischi di pietra di circa 50 cm. di diametro; una testa di rapace; idoletti antropomorfi stilizzati; un altare di pietra rettangolare al centro di una struttura circolare; una stele con mucca, uccello e volpe; uno strano reperto cilindrico con delle tacche orizzontali dalla funzione sconosciuta; una stele con serpenti ed il solito simbolo a forma di H che si trova anche sui fianchi dei pilastri a forma di T, associato su questi ad una figura circolare che sovrasta una mezzaluna, oltre alla misteriosa stele con chiare figure geroglifiche che riporta evidentemente una forma di scrittura; una statuina itifallica; una testa di leone ringhiante sporgente da un pilastro; altri animali ad altissimo rilievo sporgenti dai pilastri che però non sono identificabili.

Il volto della statua alta due metri dell'Uomo di Urfa, in pietra calcarea con occhi incastonati di lapislazzuli (Gobekli Tepe: 13.000 anni fa).

La statua dell'Uomo di Urfa, alta 2 metri, in pietra calcarea (Gobekli Tepe: 13.000 anni fa)

L'ABBANDONO E L'OCCULTAMENTO DI GOBEKLI TEPE

8000 anni prima di Cristo, il sito monumentale di Gobelki Tepe (risalente a 13.000 anni fa) viene misteriosamente abbandonato, ma non è questo il fatto più intrigante: l'intero complesso megalitico fu a quell'epoca deliberatamente ricoperto con terra portata dall'uomo ed accuratamente occultato agli occhi dei profani, formandone una collina artificiale. Possiamo quindi solo immaginare l'importanza del prezioso codice segreto racchiuso nella disposizione di questi megaliti alti 3 metri, pesanti fino a 15 tonnellate ciascuno, fregiati con raffigurazioni di animali come scorpioni, serpenti, anatre, gru, leoni, cinghiali, volpi, ecc...E forse non sapremo mai quello che che comunica la strana scrittura sulla pietradove compaiono quelli che sembrano dei geroglifici, ma che sono sicuramente dei codici decifrabili da sciamani o sacerdoti iniziati.

 Veduta degli scavi di Gobekli Tepe (13.000 anni fa): in questa foto si nota benissimo la raffinatezza e la precisione nella lavorazione dei pilastri.

LA SFINGE E IL COMPLESSO MEGALITICO DI GOBEKLI TEPE SONO COEVI?

Esiste una relazione culturale fra i manufatti di Gobelki Tepe e il complesso monumentale di Giza? Se osserviamo gli strani geroglifici presenti sulla stele di Gobelki Tepe, non possiamo fare a meno di confrontarli con quelli degli affreschi e dei bassorilievi egizi, soprattutto per quel che riguarda l'icona del falco, di una specie di bilancia e di molti altri particolari simili alla scrittura dell'antico Egitto. Solo che nel caso di Gobelki Tepe, non avremo mai a disposizione una Stele di Rosetta per poterle decifrare, possiamo soltanto affermare che questa scrittura, risalente all'11.000 a.C., si presenta altrettanto elaborata e complessa dei geroglifici dell'Antico Egitto, che invece abbiamo potuto decifrare. La datazione al radiocarbonio del sito megalitico di Gobelki Tepe risalente a 13.000 anni fa, ovvero in piena epoca considerata paleolitica, riaccende il dibattito sulla vera datazione della Sfinge nella piana di Giza e delle tre piramidi di Chefren, Micerino e Cheope. Noi tutti ormai sappiamo che la storia come ci viene raccontata dalla comunità accademica non corrisponde a quel che è risaputo da sempre presso coloro che detengono le chiavi della conoscenza e la tengono celata, forse per interessi ideologici, oppure in attesa che essa possa essere compresa e non scatenare confusione e nuove conflittualità. I ricercatori che attribuiscono alla Sfinge la stessa datazione di Gobelki Tepe sono molti: Robert Schoch, John Antony West, Graham Hancock, solo per citarne alcuni. L'archeologia oortodossa invece, nonostante le numerose prove dell'antichità remota del monumento, continua a negare. Ma i dettagli che confermano le ragioni degli studiosi alternativi sono evidenti: la testa della Sfinge, che è un monumento monolitico, è troppo piccola rispetto al corpo e sproporzionata; è evidentemente impossibile che popolazioni in grado di ergere simili opere colossali potessero inciampare in inestetismi simili ed è un dettaglio che svela un adattamento e rimodellamento successivo; secondariamente il corpo della Sfinge, secondo le osservazioni effettuate da Robert Schoch, professore di geologia dell’Università di Boston, nel 1990, presenta tracce di corrosione alluvionale causata da millenni di piogge, piogge che cadevano, dove adesso impera il deserto, fino a 10.000 anni fa, prima che il Sahara si trasformasse com'è ora e com'era 5000 anni fa, cioè l'epoca in cui la datazione ufficiale fa risalire la creazione del monumento. Al posto del ritratto del faraone Chefren, modellato scalpellando e riducendo l'immagine precedente, forse si trovava la testa di un leone fortemente corrosa, perciò rimodellata. Dallo stesso Robert Schoch, assieme alla sua equipe, sono stati effettuati dei rilevamenti sismici nel sottosuolo della Sfinge per misurarne la profondità, ed è risultata una inaspettata profondità della roccia calcarea, che già di per sè servirebbe a retrodatare il monumento. Sono state rilevate inoltre alcune cavità sotto e intorno alla Sfinge determinate da camere segrete e tunnel sotterranei che ne percorrono la lunghezza del corpo. Accertato il fatto che le opere più  straordinarie, monumentali e perfette, tali da essere inconcepibili anche con l'ausilio delle moderne tecnologie (come le grandi piramidi di Giza, il complesso architettonico modulare di Puma Punku in Bolivia, la piramide di Cholula in Messico, ecc...) sono sempre molto più perfette di quelle più recenti, dobbiamo naturalmente dedurre che queste siano le testimonianze rimaste di una (o più di una) antichissima civiltà spazzata via dall'ultima glaciazione, i cui sopravvissuti aiutarono lo sviluppo delle civiltà della nostra epoca storica. Prendiamo ad esempio i più antichi testi sapienziali: non sono forse quelli che contengono la maggiore conoscenza dell'universo e dell'uomo rispetto a quelli più recenti? Non sono forse i Veda, i testi più antichi del mondo, quelli che contengono sotto forma di mito le più straordinarie rivelazioni riferibili perfino alle recenti scoperte sulla fisica quantistica? E' certo che Nikola Tesla esaminò le informazioni dei Veda, non certo quelle di più recenti testi sacri, per le sue ricerche e sperimentazioni. L'ultima era glaciale, la glaciazione del Wurm, durata fino a circa il 10.000 a.C., iniziò 110.000 anni fa; anche se se questa glaciazione non fu uniforme su tutto il globo, qualsiasi civiltà sarebbe destinata a scomparire all'avvento di una simile mutazione climatica, ma una rete di iniziati, di sciamani e custodi di questa conoscenza antichissima possono essersi tramandati le nozioni apprese da questa antica civiltà attraverso i millenni, fino all'avvento delle civiltà che la comunità accademica giudica le prime della storia. Oppure potrebbe trattarsi di una civiltà spazzata dallo scioglimento dei ghiacci e dalle conseguenti alluvioni che si sarebbero verificate; questo spiegherebbe tutti gli antichi miti, presenti in tutte le culture, riguardanti il diluvio universale, presente anche, oltre che nella Bibbia, nell'epopea sumera di Gilgamesh, molto più antica. E spiegherebbe anche le similitudini esistenti fra tutte le culture più remote riguardo i miti e certe abitudini, come quella, presente in molte popolazioni antiche lontanissime fra loro, di deformare il cranio con l'uso di fasciare delle tavole alla testa dei neonati in modo da sviluppare una forma allungata e dolicocefala: a chi volevano sembrare? A un'antica stirpe culturalmente superiore e scomparsa in seguito ad una catastrofe naturale?

Come doveva apparire la Sfinge, in forma di leone, prima dell'adattamento durante l'epoca dinastica egizia.

Lo strano simbolo ricorrente sul fianco dei pilastri di Gobekli Tepe (13.000 anni fa).

VARIE TEORIE PER GOBEKLI TEPE

La spiegazione più convenzionale per l'esistenza di questo straordinario complesso monumentale è che fosse un tempio dedicato ad un culto religioso fortemente aggregante, ma non vi sono certezze riguardo a questo. La cosa certa è che, come afferma l'archeologo tedesco Klaus Schmidt, "fu la forte spinta alla venerazione che spinse l'umanità a creare i primi conglomerati urbani"; ma cosa poteva meritare un tale comune impegno e un tale dispendio di forze? Le località dei siti megalitici preistorici non vennero scelte a caso, ma seguendo una precisa  volontà di unirsi ai principali punti di forza geomagnetici del globo: la pietra, soprattutto, funge da catalizzatore delle energie sottili dell'universo e queste nozioni consistevano nel grande potere evocativo degli sciamani e degli iniziati. Il professor Klaus Schmidt, che ha effettuato gli scavi con il finanziamento dell'Istituto Archeologico Germanico, afferma che se fosse stato un tempio si sarebbero dovute trovare strutture adibite all'accoglienza dei visitatori che lì avrebbero dovuto sostare; avrebbe dovuto presentare tracce di attività cultuale, come residui di cenere per i fuochi, ecc...Alcuni credono che fosse un luogo di sepoltura, addirittura che i corpi fossero lasciati consumare dagli avvoltoi come nel culto zoroastriano, ma sono ipotesi del tutto prive di fondamento: se fosse stata una sepoltura si sarebbero trovati gli scheletri e non vi è traccia di ossa umane, anche se questo sarebbe una grande opportunità per conoscere l'etnia e le caratteristiche fisiche di queste popolazioni. Quello che è stato trovato a Gobekli Tepe è solo la punta di un iceberg, poichè il sito è ancora quasi del tutto da portare alla luce e Klaus Schmidt prevede che ci vorranno parecchie generazioni di archeologi per completare l'opera. Si può aggiungere che Gobekli Tepe consiste certamente nella punta di un iceberg anche per quel che riguarda i ritrovamenti archeologici di questo periodo in tutto il mondo, perchè un tale straordinario complesso non può essere sorto isolatamente ma deve essere stato incluso nel contesto di una cultura molto più estesa di quanto possiamo immaginare. Oppure, probabilmente si tratta di un luogo in cui accadde un evento straordinario, tale da impressionare per sempre l'immaginazione di quei popoli e suscitare attese e speranze. Un culto animistico, quale doveva essere tipico delle popolazioni di cacciatori raccoglitori ancora non organizzati in società complesse, non poteva giustificare la creazione di un'opera così importante e tantomeno l'applicazione di un tale ingegno e maestria artistica. Escluso il fatto che un'unico personaggio valoroso possa essere stato venerato a tal punto, escluso che possa trattarsi di una qualsiasi tipologia religiosa conosciuta in epoche storicamente testimoniate, escluso il fatto che si tratti semplicemente di un'evocazione degli avi, rimangono due cose: o si tratta di un luogo in cui è avvenuto qualcosa di eccezionale, o serve a evocare antichi e mitici antenati che si sono distinti per capacità ed imprese eccezionali, oppure è una sorta di mappa astronomica (simile a quella della caverna di Lascaux e di Giza) contenente codici che servono ad identificare una determinata area dell'universo, vista anche la disposizione circolare dei monoliti. Gobleki Tepe è un codice...un codice da decifrare e fra i bassorilievi compare una scrittura geroglifica che se fosse interpretata sconvolgerebbe la nostra visione di noi stessi, della storia e del mondo.

Alessia Birri, 4 gennaio 2014

Articoli correlati:

Il sito di Gobekli Tepe riscrive la storia del mondo:
http://www.misteridalmondo.it/storia/gobelki-tepe-riscrive-la-storia/

Gobekli Tepe Wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/G%C3%B6bekli_Tepe

Gobekli Tepe, la prima città dopo il diluvio:
http://www.progettoatlanticus.net/2013/10/gobekli-tepe-la-prima-citta-dopo-il.html

venerdì 3 gennaio 2014

L'enigma delle statue neolitiche di Ain Ghazal


QUESTE ENIGMATICHE STATUE RAPPRESENTANO FORSE ANTICHE ETNIE ESTINTE E SCONOSCIUTE, DALLA CULTURA SUPERIORE, CHE IL POPOLO DI AIN GHAZAL VENERAVA SOTTO FORMA DI CULTO DEGLI ANTENATI? 

Le enigmatiche statue dell'insediamento neolitico di Ain Ghazal, in Giordania, risalenti a 9000 anni fa.

Ain Ghazal è un insediamento neolitico risalente a 9000 anni fa, in Giordania, nei pressi di Amman. Fu abitato fino al 5000 a.C. e nel suo periodo più antico raggiunse fino a 3000 abitanti, circa 4 volte più della coeva Gerico, considerata (a torto, viste le recenti scoperte archeologiche) la più antica città strutturata del mondo. Il sito fu scoperto nel 1974, durante la costruzione di una strada e gli scavi continuarono fino al 1998, ultimamente condotti dal professor Gary Rollefson, della Harvard University. Dopo il 6000 a.C. la popolazione iniziò a diminuire e ancora non sono chiare le cause di questo fatto. L'insediamento era costituito da piccole case di forma quadrangolare, con due stanze di cui una costituiva l'anticamera, affacciate sulla valle sottostante da un terrazzamento naturale. I muri erano fatti di mattoni di fango rinforzati da uno strato di calce che periodicamente doveva essere rinnovato. Veniva praticata l'agricoltura, con la coltivazione di cereali, legumi, piselli, orzo, lenticchie, ceci e fagioli, integrata all'allevamento di capre e alla caccia a gazzelle, daini, cinghiali, ecc...Insomma, da questo si deduce che la dieta di questa popolazione doveva essere ricca e forse la sua scomparsa fu dovuta ad un cambiamento climatico o all'inaridimento dell'ambiente.
Durante il periodo neolitico C Pre-Pottery (6000-5500 aC), la comunità di Ain Ghazal visse forti tensioni, in parte a causa del sovraffollamento ed eccessivo sfruttamento della terra. Metà della popolazione fu costretta al nomadismo ed a risiedere ad Ain Ghazal solo per una parte dell'anno. Queste condizioni sociali si riflettono negli edifici di questo periodo, in particolare gli edifici di stoccaggio (mostrati qui), che probabilmente ospitavano effetti personali dei migranti. I locali di deposito, ciascuno da 12 a 15 metri quadrati, erano affiancati da un corridoio centrale. Molto simile a un seminterrato inglese, questi "edifici corridoio" sono stati in parte sotterranei.

ricostruzione dell'aspetto delle case di Ain Ghazal, che si affacciavano su un altipiano naturale, dal quale si scorgevano le piantagioni sottostanti.

Le strutture murarie delle case dell'insediamento neolitico di Ain Ghazal (9000 anni fa).

LE STATUE DEGLI ANTENATI

Non possiamo non lasciarci suggestionare dagli occhi e dagli strani lineamenti delle statue di gesso neolitiche dal sito preistorico di Ghazal, vicino ad Amman, in Giordania, risalenti al 7000 a.C. Il sito è stato abitato per oltre 2000 anni e nel primo periodo era costituito da case di pietra dove abitavano famiglie mononucleari; fonti di sostentamento erano la pastorizia integrata alla caccia e la coltivazione di legumi e cereali. La vita cominciava in questo periodo ad avere caratteristiche più stanziali rispetto all'epoca paleolitica e così le abitazioni iniziarono ad essere più elaborate, con un abside dedicato al culto degli antenati (culto comune a tutte le popolazioni del mondo), solo che in questo caso la nebbia del mistero avvolge le caratteristiche fisiognomiche delle 32 statue trovate sepolte deliberatamente in due fosse adibite forse a custodirle o ad occultarle; le statue sono alte poco più di un metro, alcune bicefale nell'intento forse di rappresentare la dualità dell'esistenza o l'unione degli opposti intesa come creazione. Le sculture sono modellate in gesso bianco e gli occhi dalla straordinaria e viva espressione furono ottenuti incastonandovi conchiglie di Cyprea e bitume per quel che riguarda le pupille. Gli studiosi sono molto imbarazzati dal loro aspetto, che riproduce certamente i tratti di qualche misteriosa etnia scomparsa da tempo immemorabile e sopravvissuta nel ricordo di queste popolazioni neolitiche, visto che queste statue rappresentano "gli antenati" e gli antenati erano tradizionalmente venerati presso tutte le culture antiche del mondo. I loro occhi sono affusolati, il naso ha una forma piccola e innaturale, la bocca è appena accennata, il collo è lungo, viste di profilo le teste sono schiacciate posteriormente e compensano l'ampiezza allungandosi verso l'alto, l'espressione enigmatica è benevola e rassicurante.

Profilo di una delle statue di Ain Ghazal: si notano le strane caratteristiche fisiognomiche che se non sono da attribuire al caso, corrispondono piuttosto al tentativo di imitare antiche popolazioni, venerate come "gli antenati"?

Questa è certamente la più vivace e suggestiva fra le statue di Ain Ghazal, il suo sguardo sembra farci dimenticare il tempo trascorso dalla sua realizzazione.

La precedente statua di Ain Ghazal nella sua interezza: alta poco più di un metro, in gesso.

LE MASCHERE FUNERARIE SUI TESCHI DEI DEFUNTI

Queste raffigurate qui di seguito sono le maschere di gesso modellate sui teschi dei defunti nell'insediamentico di Ain Ghazal, in Giordania, 7000 a.C., dove negli anni '80 del secolo scorso furono ritrovate le 32 statue, sempre di gesso, dedicate probabilmente al culto degli antenati. Il loro anomalo aspetto è dovuto al fatto che la mascella inferiore veniva stranamente rimossa al fine di ottenere queste sembianze indecifrabili. I defunti venivano seppelliti nella terra finchè dei loro corpi rimanevano soltanto le ossa, successivamente venivano riesumati e seppelliti di nuovo sotto il pavimento di casa o in un cortile adiacente, comunque vicino all'abitazione. Il cranio veniva seppellito separatamente dal resto dello scheletro e le maschere di gesso assieme ai teschi erano anch'esse di nuovo sepolte. La medesima usanza di separare i teschi dal corpo si ritrova nel sito neolitico di Catal Hoyuk in Anatolia, risalente allo stesso periodo ed anche alla vicina Gerico, Tell Ramad, Beisamoun, Nahal Hemar, con rispettive usanze di ricoprire il cranio con ocra rossa, conchiglie nelle cavità oculari, maschere di terracotta, ecc...

Le maschere funerarie di Ain Ghazal (9000 anni fa) modellate in gesso sui teschi dei defunti dopo aver rimosso la mascella inferiore. Questo fatto dona loro un aspetto "alieno" su cui molti si sono fatti delle ingiustificate fantasie.

La maschera mostrata qui, simile a quelle ritrovate nel vicino sito di Ain Ghazal (9000 anni fa), con occhi incastonati di conchiglie, è stata scoperta da John Garstung nei suoi scavi a Gerico negli anni 1930-1936. Dopo essere stato rimosso dal suo scheletro, il cranio fu coperto con una maschera di gesso, che fu poi dipinta con i tratti del viso con bitume e altri pigmenti. Questi teschi-ritratto furono probabilmente mostrati in casa o in un santuario in modo che i membri della famiglia potessero consultarli a piacere, interrogando lo spirito del defunto.

Altre sculture scoperte ad Ain Ghazal.

Alessia Birri, 3 gennaio 2014

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Le misteriose statue ritrovate ad Ain Ghazal:

Ain Ghazal interpretation park: